Medio Oriente, una soluzione del conflitto solo con l’arte del possibile

Tra i molteplici interessi dell’Egitto nel proporsi come sede di mediazione nei colloqui tra Hamas e Israele, due appaiono prevalenti. Il primo è la necessità di mantenere stabile la penisola del Sinai, in stretta cooperazione con Gerusalemme; il secondo è mostrarsi un interlocutore affidabile degli Stati Uniti, così da preservare gli aiuti militari annuali, circa 1,3 miliardi di dollari del Foreign Military Financing, da cui dipende in larga parte l’equilibrio economico e strategico del Cairo. Fondi che restano subordinati al ruolo costruttivo dell’Egitto nel processo di riconciliazione israelo-palestinese.
Israeli and Hamas officials began indirect talks Monday at an Egyptian coastal resort on a U.S.-drafted peace plan to end the war in Gaza on the eve of its second anniversary. pic.twitter.com/0wIDcOG6HK
— The Associated Press (@AP) October 6, 2025
Nel corso degli ultimi decenni Sharm el-Sheikh ha ospitato diversi incontri tra i rappresentanti israeliani e dell’Olp. Fu qui che nel 1999 Ehud Barak e Yasser Arafat firmarono l’implementazione degli accordi di Oslo e sempre qui che nel 2005 si mise fine alla Seconda Intifada, scoppiata a causa della visita di Ariel Sharon, allora leader dell’opposizione, sulla Spianata delle Moschee. Proprio a Sharm, da primo ministro Sharon rilanciò il dialogo con l’Olp e ribadì la volontà di procedere al disimpegno unilaterale da Gaza, aprendo involontariamente le porte al dominio di Hamas sulla Striscia.
La storia ora riparte da questa località sul Mar Rosso, nel tentativo di dare vita e sostanza al Piano Trump; ma soprattutto di porre termine a un conflitto la cui natura ha superato la logica di uno scontro militare limitato, trasformandosi in una crisi politico-strutturale che ha coinvolto i rapporti intra-palestinesi, le strategie di deterrenza israeliane e la legittimazione di diversi attori regionali arabi, oltre a Turchia e Iran. Gaza è ormai un territorio sospeso tra rovina e ricostruzione, tra le macerie e la promessa, ancora fragile, di un’autorità amministrativa transitoria sostenuta da mediatori regionali.

Sul fronte israeliano ha prodotto una frattura interna senza precedenti. Il governo Netanyahu, stretto tra le pressioni della destra radicale e l’insofferenza di un’opinione pubblica esausta, fatica a conciliare sicurezza e politica. La società israeliana, pur segnata dal trauma degli ostaggi mostra segni di stanchezza e di disincanto verso una guerra percepita sempre meno come difensiva e sempre più come un’impasse strategica. L’avvio del dialogo in Egitto indica un passaggio politico significativo: testimonia che tutte le parti riconoscono finalmente nella negoziazione un interesse superiore al proseguimento indefinito delle ostilità.

Tre gli scenari plausibili. Il più favorevole prevede un accordo graduale: un cessate-il-fuoco stabile, il rilascio progressivo degli ostaggi e un’autorità di transizione che gestisca la ricostruzione. Il secondo, più realistico, è quello di un congelamento del conflitto in attesa di ulteriori negoziati. Un armistizio fragile, in balìa delle fratture interne ad Hamas: da un lato la leadership esterna, radicata tra Qatar e Iran, più incline a un pragmatismo: accettare, almeno in parte, le proposte del Piano per ottenere una tregua e un riconoscimento di ruolo politico; dall’altro il comando sul terreno, decimato ma non sottomesso, che considera ogni accordo il preludio a una smilitarizzazione irreversibile e quindi una resa strategica.

Una divergenza non nuova, ma mai come ora inconciliabile. Un solo attentato sul territorio israeliano farebbe naufragare il negoziato. D’altro canto anche alcuni ministri del governo Netanyahu restano pregiudizievolmente contrari alla trattativa, ma potrebbero essere propensi a un accordo su Gaza in cambio dell’annessione di parte della Cisgiordania. Il terzo è il fallimento dei negoziati e la ripresa delle ostilità, con possibili estensioni al fronte libanese, il peggioramento delle relazioni arabo-israeliane e la ripresa del confronto con l’Iran. Tale prospettiva potrebbe alimentare una recrudescenza della retorica radicale e il rischio di azioni terroristiche contro le comunità ebraiche, anche in Europa.
In tutti gli scenari un fattore è decisivo: le garanzie. Senza un sistema di verifica multilaterale, né un piano credibile di ricostruzione la tregua rischia di dissolversi come le precedenti. Stati Uniti e Unione Europea, pressati dall’opinione pubblica e dai limiti della loro influenza dovranno tradurre il lessico della diplomazia in strumenti concreti: monitoraggio, incentivi economici, sostegno umanitario e un quadro politico di lungo periodo. Non è un caso che il dibattito interno israeliano e quello arabo convergano su un punto cruciale: la necessità di un’autorità palestinese riformata, legittimata, in grado di sostituire Hamas nella gestione di Gaza senza apparire un commissariamento esterno.
È una sfida politica e simbolica, che tocca la radice stessa del conflitto e il futuro della soluzione «due Stati», spesso evocata ma mai praticata. La pace non è un atto ma un processo. E come insegnava Raymond Aron, «la politica estera è l’arte del possibile, non del desiderabile». Il possibile in questo momento è una tregua imperfetta ma duratura, un compromesso che congeli le armi e lasci spazio alla diplomazia.
Michele Brunelli – Docente di storia e Geopolitica dell’Asia contemporanea
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