L’opzione italiana per una pace credibile in Palestina

Giangiacomo Calovini · Capogruppo FdI Commissione Affari Esteri della Camera
Riconoscere i due Stati è un obiettivo che nessuno in Italia contesta, farlo in modo tale da contribuire davvero alla costruzione di due realtà che vivano fianco a fianco, e non alla perpetuazione del conflitto, è la sfida più difficile
La bandiera palestinese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La bandiera palestinese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il tema del riconoscimento della Palestina è tornato fortemente al centro del dibattito internazionale interrogando l’opinione pubblica su quali possano essere gesti puramente simbolici e scelte capaci di produrre conseguenze reali.

L’intervento del presidente del Consiglio Giorgia Meloni all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite ha offerto un equilibrato punto di vista che si discosta tanto dall’entusiasmo di chi chiede gesti immediati, senza alcuna conseguenza concreta, quanto dal rifiuto di principio per una volontà che nessuno ormai può e vuole negare.

Meloni ha ribadito coerentemente la posizione storica dell’Italia: la prospettiva di due Stati, israeliano e palestinese, che convivano in pace e sicurezza. Un obiettivo che nessuno mette in discussione e che corrisponde al diritto legittimo del popolo palestinese a un futuro di autodeterminazione. Ma il nodo non è il «se» riconoscere la Palestina, bensì il «come» e il «quando». E qui il discorso si fa più complesso.

Per il governo italiano il riconoscimento deve poggiare su due condizioni irrinunciabili che dovrebbero mettere d’accordo tutti: la liberazione degli ostaggi israeliani e l’esclusione di Hamas da qualsiasi ruolo di governo. Non si tratta di cavilli diplomatici, ma di premesse minime di credibilità. Un atto che pretende di legittimare uno Stato dove larga parte del potere è detenuto da un gruppo terroristico responsabile di stragi contro civili non rafforza la pace, ma la rende ancora più fragile. Il tema è particolarmente delicato in un momento in cui alcuni Paesi europei hanno scelto di procedere con un riconoscimento unilaterale.

Nessuno nega la legittimità di quella strada, ma gli effetti non sono secondari: l’Europa oggi si presenta divisa, così come il G7, mentre di fronte alla guerra in Ucraina era riuscita a mantenere un fronte compatto. L’unità allora fu un punto di forza decisivo, e sarebbe stato auspicabile che la stessa logica guidasse oggi la questione palestinese mentre l’impressione è che le scelte di ogni singolo paese siano state dettate anche da, assai precari, equilibri interni.

C’è poi un aspetto che Meloni ha sottolineato con forza: il riconoscimento non deve trasformarsi in uno strumento di pressione mal calibrato. Se deve avere valore politico, deve orientare le scelte degli attori che realmente determinano il conflitto. E in questo caso la pressione non può che rivolgersi ad Hamas, che ha scatenato la guerra e che continua a impedire la pace trattenendo ostaggi e sfruttando la sofferenza della popolazione civile.

L’Italia, attraverso la mozione che la maggioranza intende presentare in Parlamento, prova a proporre una linea intermedia: non un «no» alla Palestina, ma un «sì» condizionato alla costruzione di un percorso che garantisca sicurezza, credibilità e prospettiva di stabilità. È un approccio che punta a evitare tanto il rischio dell’immobilismo quanto quello delle scorciatoie ideologiche. Il dibattito che si aprirà ora a Roma è dunque un’occasione preziosa anche per l’opinione pubblica e per la società civile. Perché consente di affrontare un tema di portata storica non nelle piazze o nelle manifestazioni di protesta, legittime ma che ormai pare siano dettate puramente da ideologiche prese di posizione, vedi il caso Flotilla, ma in un confronto parlamentare e pubblico, fondato su priorità chiare.

Meloni ha concluso il suo intervento ricordando che «non si può premiare chi ha scatenato la guerra». È un principio che può sembrare ovvio, ma che in realtà definisce la differenza tra un gesto politico e un progetto di pace.

Riconoscere la Palestina è un obiettivo che nessuno in Italia contesta; farlo in modo tale da contribuire davvero alla costruzione di due Stati che vivano fianco a fianco, e non alla perpetuazione del conflitto, è la sfida più difficile ma che insieme dobbiamo percorrere. Non si tratta di cavilli diplomatici, ma di premesse minime di credibilità: le stesse che tutti i governi italiani, prima di quello guidato da Giorgia Meloni, hanno sempre considerato requisiti indispensabili per il riconoscimento dello Stato di Palestina.

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