Palestina, l’asse franco-arabo che lascia Roma ai margini

Quando nel novembre del 1915 François Georges Picot, già console generale di Francia a Beirut, lasciò Parigi alla volta di Londra, era determinato a portare al tavolo delle trattative, convocato dal ministro degli Esteri britannico Edward Grey, il progetto di una Grande Siria francese – dal Libano ad Aleppo – quale naturale proiezione francese nel Mediterraneo orientale.
Si trattava di un piano volto a controbilanciare il controllo esclusivo inglese sulla Palestina. Il timore del diplomatico francese era che gli inglesi, forti dei successi militari conseguiti in Mesopotamia, delle loro trattative con gli arabi e con il movimento sionista, potessero relegare la Francia ad un ruolo marginale, con una conseguente perdita sul fronte del prestigio internazionale.
Suo compito fu dunque di assicurare a Parigi l’amministrazione politica diretta sulla fascia costiera del Levante, sino all’entroterra siriano, giustificato da un «diritto storico» che faceva risalire ai tempi dei regni crociati dell’XI secolo.
Quella stessa potenza che, un secolo fa, contribuì a tracciare confini imperiali e a gestire il Libano e la Siria attraverso lo strumento dei Mandati, è oggi co-convocatrice, con l’Arabia Saudita di un summit volto a imprimere una nuova agenda diplomatica a un conflitto, il cui unico sbocco sembra quello di proseguire nella dichiarazione di riconoscimento dello Stato di Palestina alle Nazioni Unite.
Parlando all’Assemblea Generale Emmanuel Macron ha affermato che, fedele all’impegno storico del suo Paese nel Vicino Oriente per la pace tra il popolo palestinese e israeliano, la Francia riconosce lo Stato di Palestina. Una dichiarazione senza dubbio incisiva, che ha suscitato il lungo applauso, non privo di emozione da parte del rappresentante palestinese all’Onu e che per il presidente francese ha l’ambizione, insieme all’asse costruito con gli arabi, di elaborare un piano di pace completo per la regione, con lo scopo di garantire la sicurezza di tutti.
Il «Vicino Oriente»
Non può sfuggire il termine Vicino Oriente, Proche Orient, impiegato nel discorso che, sebbene geograficamente, ma soprattutto storicamente corretto, ricorda velleità d’altri tempi, insite nei piani egemonici della Francia di inizi Novecento, ai quali però la penisola arabica, oggi in parte inglobata nell’Arabia Saudita, era aliena, essendo entro la sfera di influenza e di predominio britannici. Diversi i punti di convergenza tra Parigi e Riyad, primariamente sul piano economico-finanziario, a partire dai piani di investimento, France 2030 e Vision 2030, che, seppur squilibrati per importo, 54 miliardi di euro il primo, un migliaio circa il secondo, hanno trovato una loro convergenza sin dal 2021, quando la Francia è diventata uno dei maggiori investitori in Arabia Saudita. Relazioni rafforzate dalla visita di Stato di Macron nel dicembre 2024, quando espresse pieno sostegno alla candidatura dello Stato arabo per l’organizzazione di Expo 2030, ma particolarmente una collaborazione di TotalEnergies alla realizzazione di centrali solari nella penisola, in piena risposta alla strategia di Mohammad bin Salman di diversificazione della propria economia.
Un’alleanza funzionale all’Eliseo per poter penetrare i mercati dei Paesi afferenti al Consiglio di Cooperazione del Golfo, grazie anche al ruolo facilitatore dei sauditi.
La stabilità d’area giova a tutti, in prima battuta all’Arabia, che cerca di tutelare i propri investimenti, a ridosso della penisola del Sinai. Ma anche un asse di convenienza che si colloca perfettamente nel contesto del progressivo arretramento statunitense dalla mediazione israelo-palestinese. La persistente parzialità di Washington a favore di Israele ha aperto uno spazio diplomatico che Parigi e alcune capitali arabe cercano di occupare, presentandosi come attori alternativi in grado di ridefinire i margini di un processo negoziale ormai privo di una cornice internazionale efficace.
Italia defilata
Un’abile strategia che la Francia persegue senza nessun’altra nazione europea: né con la Germania, ancora riluttante a riconoscere la Palestina, né l’Italia, altrettanto restia, rimasta ai margini ed esclusa dall’asse con gli arabi, disconoscendo il ruolo centrale che un tempo seppe esercitare nelle dinamiche mediterranee.

Mentre Parigi ribalta i contenuti degli Accordi Sykes-Picot e ritorna nell’area trasformandosi da potenza coloniale in partner politico-economico delle monarchie del Golfo, Roma sembra smarrire l’eredità della politica filo-araba andreottiana dei «due forni», una strategia di equilibrio che consisteva nel mantenere parallelamente relazioni privilegiate sia con Israele, sia con il mondo arabo, così da salvaguardare gli interessi energetici e la proiezione mediterranea del Paese. Oggi, di fronte alla nuova assertività della Francia nello spazio mediorientale, esercitata e conquistata anche in maniera funzionale attraverso la Palestina, quell’approccio appare un capitale diplomatico non più speso, con il rischio di relegare l’Italia a un ruolo marginale nello scenario regionale.
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