La guerra alle porte dell’Europa: se vuoi la pace, preparala

La guerra come condizione esistenziale che ci appartiene. Questo il radicale cambiamento che ci troviamo ad affrontare. L’invasione russa dell’Ucraina ha progressivamente modificato la prospettiva che ci voleva osservatori esterni, magari schierati come forze di interposizione pacifica, di guerre altrui, su scenari distinti. Ora ci chiediamo se e come armarci per un fronte nostro, che ci chiama direttamente in causa, anche se non lo vorremmo.
Dalla fine della seconda guerra mondiale abbiamo fruito dell’ombrello protettivo degli Stati Uniti e dalla copertura Nato. Lo sgretolarsi dell’impero sovietico aveva illuso che l’Europa potesse avvalersi di un più di pacificazione. Ora la Russia insegue la sua storia passata, di grande potenza mondiale. Gli Usa individuano altre priorità geopolitiche, che li fanno trattenere dai livelli di investimento sul nostro continente. Anzi l’Europa viene chiamata a risarcire un presunto surplus di protezione decennale. La politica nazionale si divide sulle scelte economiche che ne conseguono.

Quanto costa un esercito europeo? Quanto tempo occorre per realizzarlo? Le scelte difensive nazionali impongono investimenti immediati, che condizionano da subito i bilanci statali? Il più di difesa quanto può impattare sulla condizione di garanzia dello stato sociale, che già di suo reclama ulteriori livelli di tutela che frenino le disuguaglianze in atto? Le guerre che più attenzioniamo – quella in Ucraina e l’altra che coinvolge lo Stato ebraico e il non nascente stato palestinese – anche se non sono le uniche che coinvolgono un mondo frammentato, dipingono orizzonti che passano sulle nostre teste e obbligano a scelte di campo.
Protagonisti o sudditi dei poteri armati, che vogliono ridisegnare a loro piacimento il contesto generale? Da alfieri della pace siamo chiamati a proporla senza ignorare i venti di guerra che condizionano l’attualità dei giorni. Una riedizione del «se vuoi la pace prepara la guerra» non convince: troppo precaria e complessa la situazione perché singoli episodi incontrollati non sfocino in una catastrofe senza mediazioni possibili. Però la politica valuta simili ipotesi. Lo stesso papa Leone XIV, che quotidianamente invoca cammini di pace, rilancia con insistenza la necessità di ricorrere agli strumenti della diplomazia: la guerra non risolve mentre può venire arbitrariamente e drammaticamente disciolta nel fiume della storia presente.
Le riconciliazioni risultano impervie, ma sono l’unica alternativa alla logica del primato delle armi. Intanto ci si domanda come è possibile resistere e reagire se vengono messe in atto nei nostri territori. La guerra così diventa argomento principe della quotidianità. Ci sentiamo minacciati, temiamo che per i giovani scatti un richiamo al servizio militare, guardiamo le distruzioni di città come qualcosa che può appartenerci e raggiungerci. «Se vuoi la pace, preparala» è il messaggio che viene invocato mentre la guerra si fa un fallimento possibile e temuto.
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