Armi nucleari, la Svezia bussa alla porta di Francia e Regno Unito

Il primo ministro svedese, Ulf Kristersson, ha dichiarato che intraprenderà discussioni con entrambi i Paesi per una possibile cooperazione nel campo delle bombe atomiche
Ulf Kristersson, primo ministro svedese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Ulf Kristersson, primo ministro svedese - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La notizia è quasi scivolata via sui media di casa nostra. Eppure segna un cambio di passo nella Nato ed è indicativa delle posture internazionali che i Paesi europei potrebbero adottare sull’onda della Nds (New defence strategy) di Donald Trump.

Il primo ministro svedese, Ulf Kristersson, ha infatti dichiarato che intraprenderà discussioni con Francia e Regno Unito per una possibile cooperazione nel campo delle armi nucleari. Si tratta della prima volta in cui un Paese Nato guarda al di là dell’ombrello atomico degli States ed è particolarmente significativo che lo faccia la nazione con una lunga storia nel campo della non proliferazione delle armi nucleari (Trattato ratificato da Stoccolma nel 1975).

La Svezia è entrata nell’Alleanza a marzo 2024 come reazione all’aggressione russa all’Ucraina, ma si sta ponendo il problema di un possibile «distacco» americano, visto che la Nds ritiene che sia l’Europa a doversi occupare dei suoi confini orientali.

Kristersson, sostenuto dalla stampa, è stato esplicito: «Finché Paesi potenzialmente pericolosi disporranno di arsenali nucleari, anche le democrazie più solide dovrebbero avere accesso a questi in chiave difensiva». Il riferimento all’Ucraina è evidente: Kiev, infatti, rinunciò all’arsenale nucleare sovietico presente sul proprio territorio in cambio di garanzie di sicurezza, con esiti ben diversi.

Siamo solo ai preliminari e mancano proposte concrete: in gioco entrano potenziali accordi con la Francia, che dispone di trecento testate nucleari imbarcate sui sottomarini Classe Triomphant (armati di missili M51) e sui caccia bombardieri Rafale (con missili Asmp-A, Air sol moyenne portée-amélioré); tutti, vettori e armi, di fabbricazione francese. Il Regno Unito dispone a sua volta di 225 missili Trident, a bordo dei suoi sottomarini: ma si tratta di vettori fabbricati e manutenuti negli Usa, aspetto che ne mina la reale autonomia di gestione.

Nelle intenzioni di Stoccolma non c’è la volontà di andare contro il Trattato di non proliferazione nucleare, ma l’intesa potrebbe tradursi ad esempio in consultazioni dirette, coordinamento della dottrina di impiego, analisi degli obiettivi, sviluppo dei sistemi di lancio (la Svezia ha un notevole know how nella missilistica), fornitura di basi disperse ai jet francesi ed esercitazioni congiunte. «Nessuno vuole discuterne – ha scritto un autorevole giornale svedese – ma dobbiamo farlo».

A dicembre s’è tenuta la prima riunione in base alla Dichiarazione di Northwood del luglio 2025 con cui Parigi e Londra han dato vita al «Gruppo direttivo nucleare», strumento nuovo e flessibile, anche se la Francia resta al di fuori dell’Npg (Gruppo di pianificazione nucleare) Nato.

La Svezia, vicinissima alla Russia, con cui confina sul Mare di Barents, sembra voler abbandonare lo storico ruolo di Paese compositore di tensioni internazionali e potrebbe affacciarsi almeno come interlocutore ai vertici Northwood.

L’aumento delle spese per la Difesa sino al 5% del Pil (teorico, perché già il 3,5 «militare» comporta investimenti enormi) potrebbe far comodo per mantenere o potenziare l’arsenale proprio a Parigi, la cui economia soffre: il deficit supera il 6,2% del Pil, il doppio del target Ue del 3%, ma la Francia, che pure fu spietata insieme a Berlino nel 2010-2012 con l’Eurozona in deficit, come Grecia, Portogallo e Irlanda, ha già ottenuto un dilazione sino al 2029 per «rientrare».

Sullo sfondo resta la questione della «affidabilità» strategica di Parigi, che ha sbattuto spesso la porta in faccia agli alleati (come nel ‘54, affondando la Comunità europea di difesa, o nel 2005 quando un referendum bocciò la Costituzione europea, poi imposta col Trattato di Lisbona del 2007 dal Parlamento che contravvenne alla scelta popolare, o in Libia nel 2011, destabilizzando il Nord Africa e mantenendo politiche contraddittorie anche dopo la caduta di Gheddafi, o in Centrafrica, dove i transalpini hanno perso influenza).

Resta in ogni caso significativo che un Paese come la Svezia sia il primo a muovere in questa direzione: diventerà una cooperazione operativa o resterà solo un dialogo strategico? Ci sono ostacoli enormi giuridici, politici ed economici: ma qualcosa si muove nelle dinamiche dell’Alleanza.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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