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Nicchie di arte e dialogo di fede in una Chiesa che accoglie

Simpatizzare con il sogno di conciliare opere moderne e luoghi di culto è un ben motivato dovere
La chiesa di San Benedetto - © www.giornaledibrescia.it
La chiesa di San Benedetto - © www.giornaledibrescia.it
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Siamo ormai in piena estate, ma vale la pena riprendere una questione che, nella scorsa primavera, su alcune testate soprattutto di ispirazione cattolica, ha registrato un dibattito interessante, anche se condotto in modo soft e quasi soffocato dalle notizie sui dazi voluti dal Presidente degli Stati Uniti e dal ricovero di papa Francesco, seguito dalla sua scomparsa e dal Conclave che ha eletto Papa Leone XIV.

Il dibattito riguardava la decisione del Vescovo francese di Tarbes e Lourdes di coprire alcuni mosaici eseguiti da Marco Ivan Rupnik per la facciata della celebre basilica mariana. Ormai è risaputo che il religioso gesuita sloveno è stato sospeso a divinis per alcune accuse di abusi da parte di donne consacrate. I suoi mosaici, alcuni grandiosi, sono noti a molti. Opportuno ricordare che in qualche intervento, nel dibattito, si è ribadito che l’opera d’arte sacra non deve essere legata alla condotta morale dell’artista, evocando soprattutto Caravaggio che nella vita privata era certamente inquieto, ma ha lasciato opere dal grande valore spirituale. Aspetto morale a parte, il confronto ha portato a intavolare apprezzabili considerazioni su un difficile rapporto: quello che intercorre fra arte moderna e chiese, soprattutto nuove.

Si tratta di una questione secolare e non recente, per la quale Paolo VI incontrando gli artisti nella Sistina nel maggio del 1964, chiese: «facciamo pace?»

Portando questa appassionata questione a Brescia, bisogna pur riconoscere che esistono soluzioni affascinanti riguardo al contributo di artisti contemporanei alla bellezza di chiese, antiche e moderne. E un esempio recentissimo e significativo ancora in cantiere lo troviamo nel progetto concernente le nicchie della chiesa di San Benedetto nel Quartiere Primo Maggio in città.

Precisato che la chiesa fu costruita nel 1953 quando era primo parroco don Paolo Arrigo e il quartiere era la nuova periferia della città post bellica in espansione, nella parrocchiale fu collocato un grande crocifisso realizzato dal pittore don Renato Laffranchi, in uno stile nuovo e inconfondibile e che altre opere di contemporanei trovarono casa in San Benedetto, recentemente per iniziativa del parroco don Raffaele Licini, sono state collocate, provenienti da sedi diverse e proprietà del Centro Pastorale Paolo VI, due opere di don Laffranchi dalle vaste dimensioni: una Apocalisse che campeggia nella controfacciata e un maestoso Cristo, «lumen gentium», nella navata destra laterale.

E ora l’iniziativa di abbellire con opere d’arte moderna chiese moderne, continua nel Progetto che riguarda, appunto, la stessa chiesa periferica di Brescia, utilizzando gli spazi di ben sei nicchie della navata, ancora vuote e silenti. Si tratta di una proposta espressa da parte del parroco e sostenuta dal Vicario episcopale per la Cultura della Diocesi: creare un apparato iconografico che comunichi l’apertura del luogo sacro verso le altre fedi che abitano il quartiere. E non si pensi ad una iniziativa sincretista, ma piuttosto «ecumenica». La chiesa, infatti, è dedicata a san Benedetto, grande uomo di preghiera e di fraternità, che più si è unito a Dio, più ha creato ponti per unire uomini e culture.

La decorazione deve partire dalla tradizione iconografica cristiano-cattolica per legarsi alla vocazione di un luogo ormai multireligioso. E la principale via che sarà percorsa riguarda i personaggi biblici di Abramo e Mosè, significativi anche per altre religioni professate dagli abitanti del quartiere. Coi soggetti biblici si intrecceranno anche temi condivisi da tutti, a cominciare dal lavoro. Il progetto è affidato ad artisti dell’Ucai, che aggrega pittori e scultori cattolici, e vorrebbe far incontrare l’arte con la «Chiesa in uscita», luogo di dialogo e incontro, capace di ospitalità dell’umano.

«Sarebbe interessante – affermano i promotori - completare questa operazione di decorazione con un elemento esterno: quattro sculture di angeli al di fuori del portone di ingresso, sotto al nartece, con quattro cartigli che indicano la stessa dicitura in quattro lingue (greco, arabo, ebraico, panjabi): Dio è fraternità e pace». Non ci è dato, per ora, sapere con certezza se il progetto, che deve ovviamente passare al vaglio dei competenti organismi civili ed ecclesiastici, giungerà a buon fine come è sulla carta e in votis. Ma simpatizzare con il sogno di conciliare arte moderna e luoghi di culto è un ben motivato dovere.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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