Opinioni

Nadal dice basta: eterno onore al re del dritto in top

Una carriera straordinaria, un colpo leggendario, i successi sulla terra: chiuderà con la Davis
Daniele Ardenghi

Daniele Ardenghi

Giornalista

Nadal si ritira dal tennis a 38 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Nadal si ritira dal tennis a 38 anni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

La fine di una carriera e, quasi, quella di un’era. L’epoca dei «big three», infatti, si chiuderà definitivamente solo quando anche Djokovic smetterà di giocare a tennis. L’epopea delle clamorose battaglie con Federer, invece, era già giunta al capolinea nel 2022.

Rafael Nadal ha detto stop. A 38 anni, e dopo un anno davvero complicato, ha annunciato che la sua last dance sarà alle Finals di Coppa Davis a Malaga, il mese prossimo. I numeri da snocciolare sarebbero moltissimi. Bastino i seguenti: 22 vittorie di tornei Slam, 14 trionfi al Roland Garros (nessuno come lui, il secondo è Borg, con 8 coppe in meno), altri 70 tornei vinti in singolare, 36 dei quali Masters 1000, 900 settimane tra i migliori 10 del ranking Atp.

Al di là di tutte le elucubrazioni possibili riguardo ai «big three», con la fine della carriera di Nadal - questo pensiero è naturalmente opinabile - pare volgere al termine anche l’era dei giocatori con tante caratteristiche tecniche straordinarie e una dote leggendaria.

Nel caso del maiorchino, il super potere tecnico è stato il dritto. Mancino, in topspin esasperato, letale sulla terra (o lo si anticipa, o si risponde metri fuori dal campo, o si sale su una scala a pioli per «tirarlo giù»). Certo, si dirà: e la sua forza mentale? E lo strapotere fisico? Sono stati tanto letali quanto il «forehand» dello spagnolo. Un colpo, questo sì, difficilmente imitabile, se è vero che la pallina da lui colpita può raggiungere e superare i 4.900 giri al minuto. Leggenda vuole che abbia iniziato a svilupparlo da giovanissimo, quando zio Toni, il coach, lo metteva di fronte ad avversari molto più grandi e potenti di lui.

Per difendersi, il giovane Rafa aveva iniziato ad arrotare e arrotare. Con gli anni, quel dritto sarebbe diventato un’arma micidiale. E Rafa avrebbe sviluppato una palla magari non precisa come quella di Federer o Djokovic, ma dotata di una «pesantezza» unica, in grado di sfiancare chiunque, soprattutto in occasione degli scambi lunghi, soprattutto sulla terra. Il presente e il futuro del tennis parlano di altro. Il gioco - di per sé in costante evoluzione - sta cambiando ancora.

E mentre Mats Wilander spacca il mondo della racchetta affermando che Sinner e Alcaraz sono già adesso meglio di Federer, Nadal e Djokovic, c’è chi sottolinea che questo sport è destinato a diventare di nuovo più verticale e offensivo, meno incentrato sulle rotazioni, caratterizzato da scambi più brevi (il punto sempre più indirizzato da servizio, risposta e dai due colpi immediatamente successivi).

Sinner spacca le palline da ogni posizione del campo, tanto di dritto quanto di rovescio. Alcaraz è incredibile, perché sa fare qualsiasi cosa («remare», accelerare, giocare a rete, correre, servire, e ha riscritto le leggi della palla corta). Rafa smette in questo contesto storico. Fiaccato da età e infortuni. Non prima di aver dato tutto, di aver scritto la storia, di aver dato l’esempio. Non prima di essere diventato leggenda.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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