Opinioni

I due volti dei Mondiali americani: in campo emozioni, fuori Trump

Questa edizione ci lascia in eredità lo scarto macroscopico tra la qualità sportiva dell’evento e la sua gestione politica
Mario Del Pero

Mario Del Pero

Editorialista

Donald Trump e Gianni Infantino - Foto Epa/Shawn Thew © www.giornaledibrescia.it
Donald Trump e Gianni Infantino - Foto Epa/Shawn Thew © www.giornaledibrescia.it

La finale di questa Coppa del Mondo di calcio è stata di rara bruttezza. E questo per colpa quasi esclusiva di una delle due contendenti, l’Argentina, e del suo gioco scorretto e iper-difensivo (al punto che al 118’, non aveva ancora tirato una volta in direzione della porta avversaria).

Al netto del suo epilogo, il torneo è stato però di grande qualità calcistica, con alcuni incontri memorabili – a partire dalle due semifinali – lo straordinario saluto al calcio di uno dei suoi più principali interpreti contemporanei, Leo Messi, la conferma di grandi protagonisti, come Mbappé o Rodri, e l’avvento di nuove, giovani leve, ben rappresentate soprattutto in alcune formazioni europee, a partire dalla vincitrice Spagna.

Il contrasto tra la qualità sportiva dell’evento e la sua gestione politica è risultato però particolarmente stridente. I co-organizzatori Canada e Messico hanno ben svolto il loro compito. I problemi vi sono stati con gli Stati Uniti, la sede principale del torneo dove si sono svolte la maggior parte delle partite, a partire dalle semifinali e finali. È normale, per i Paesi dove si tengono le grandi competizioni sportive come Olimpiadi o Mondiali di calcio, cercare di utilizzarle come momenti di celebrazione patriottica attraverso sia l’organizzazione dell’evento sia il successo delle proprie rappresentative. Trump non ha fatto mistero di voler piegare questa Coppa del Mondo alla sua narrazione iper-nazionalista; e il Presidente della Federazione Internazionale del Calcio (Fifa), Gianni Infantino, vi si è prestato con surreali piaggeria e sudditanza.

Gli esiti sono stati al meglio grotteschi e al peggio tragici. Ai primi possiamo ascrivere i momenti di comico surrealismo della cerimonia finale di premiazione, con Trump che cerca di rimanere sul podio davanti ai giocatori spagnoli che – con fermo tatto – lo invitano a farsi da parte. Fintanto che pure Infantino si trova costretto a intervenire per far capire che i riflettori di chiusura non sulla sagoma del Presidente debbono concentrarsi.

Tra i secondi dobbiamo invece includere tanti momenti indecenti della competizione e la sconcertante accondiscendenza della FIFA ai voleri e alle prepotenze di Trump e della sua amministrazione.

Il vessatorio ostracismo nei confronti della nazionale iraniana; la mancata autorizzazione all’ingresso nel Paese dell’arbitro somalo Omar Artan, miglior direttore di gara africano scelto dalla Fifa per la competizione; la capitolazione senza precedenti della Fifa alle pressioni giunte direttamente dalla Casa Bianca per revocare la squalifica del calciatore statunitense Folarin Balogun.

Tanto, troppo, di scorrettamente extra-sportivo è accaduto per non sottolinearlo; e per non sottolineare come queste sono macchie destinate a rimanere sul Mondiale 2026. La nazionale statunitense si è arenata, come suo consueto, molto lontano dalle fasi finali del torneo; l’Europa calcistica ha ribadito la sua superiorità; le squadre africane hanno deluso le aspettative e confermato una regressione in atto da tempo.

E il tentativo di Trump di rispecchiarsi e celebrarsi nell’evento sportivo è sostanzialmente fallito, come i sonori fischi che ne hanno accompagnato l’ingresso in campo alla finale, e il solenne – e talora ostentato – disinteresse dei calciatori nei suoi confronti hanno ben evidenziato.

E però è proprio lo scarto macroscopico tra la genuina bellezza dell’evento sportivo e la torbida opacità della sua dimensione politica quello che questo Mondiale ci lascia in eredità. Complice una Fifa imbarazzantemente inginocchiata davanti alle bizze di Trump e agli atteggiamenti autoritari del suo governo. Beneficiaria della qualità di un prodotto sportivo al quale contribuisce assai poco; e incapace di difenderne la dignità, proteggendo come dovrebbe tutti i suoi imprescindibili protagonisti.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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