Uccisa a 14 anni dall’ex: lapidata dal sasso e dai giudizi

Mentre ci facciamo l’abitudine, l’età delle vittime e dei carnefici si sta abbassando in modo preoccupante
La fiaccolata che si è tenuta ad Afragola in memoria di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La fiaccolata che si è tenuta ad Afragola in memoria di Martina Carbonaro - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Uccisa a colpi di pietra a quattordici anni. Un’esecuzione che richiama rituali esecrabili, che ci fa sprofondare non nel Medioevo, ma molto molto più indietro, molto molto più in basso. Un raptus? Davvero è possibile ridurre a un momento d’ira il colpire a morte una ragazzina in questo modo? Con il primigenio oggetto che probabilmente l’uomo ha utilizzato per eliminare un proprio simile?

Un metodo efficace, se ci si mette il giusto impegno. L’assassino si è impegnato. Era arrabbiato perché lei lo aveva lasciato, così le ha chiesto un incontro chiarificatore nel posto dove si incontravano quando stavano insieme e ha risolto il problema. Sì, è qualcosa che si è già sentito, ma sarebbe ingiusto archiviarlo come un dejavu, come il solito femminicidio (dategli il nome che volete, ma uccidere una donna, anzi una ragazzina, altro non è che un efferato omicidio).

Le prime domande che, erroneamente, balzano in mente sono: ma questa ragazza come ha fatto a essere così credulona? Possibile che non si sia resa conto dei rischi che correva? Perché non si è tutelata incontrando il suo ex in un posto affollato e non in un luogo isolato? Insomma, non era un po’ troppo piccola per uscire da sola di sera e frequentare ragazzi grandi? Domande in breve rimbalzate anche fra i commenti sui social. Bene, quindi la ragazzina è morta per colpa sua, per una sua leggerezza e anche perché forse non si comportava in modo consono alla sua età. Poco importa se a quattordici anni capita di essere ancora ingenui e di fidarsi degli altri.

Ecco, questi sono i primi passi per colpevolizzare la vittima (e anche la sua famiglia), per attribuire in qualche modo il suo brutale assassinio a una sua imperdonabile leggerezza (quindi «se l’è cercata»), mettendo in secondo piano quella che non solo deve essere la riflessione principale, ma è la mera analisi dei fatti accaduti, ovvero che è morta perché c’è stato un omicida (diciottenne) che l’ha aspettata e, di fronte alla sua decisione di non riprendere una relazione conclusa, l’ha massacrata. Perché, per Alessio Tucci, uno dei molti che non accettano un «no» come risposta, Martina Carbonaro era sua, tant’è che, un po’ per nascondere il delitto e un po’ inconsciamente per rinchiuderla sotto il suo controllo nel suo malato concetto di «per sempre insieme», dopo averla ammazzata ha nascosto il cadavere in un armadio.

Eppure, proprio in questa vicenda così simbolica, oltre alla lapidazione in senso proprio si rischia di scivolare nella lapidazione in senso figurato. Perché il caso si presta, perché i tempi sono propizi a generare una sorta di assuefazione verso episodi di tale crudeltà. Noi ci facciamo l’abitudine e intanto l’età delle vittime e dei carnefici si sta abbassando in modo preoccupante. Non dovrebbe essere normale, eppure esistono persone che ritengono di avere il diritto di scagliare la prima pietra. E la prima pietra non la scagli solo quando colpisci fisicamente o quando fai apertamente commenti disgustosi e inaccettabili su questioni sulle quali dovresti tacere, ma anche quando la tua mente viene sfiorata da pensieri indegni, quando al posto di sentirti dalla parte della vittima inizi ad analizzare le azioni che l’hanno condotta alla morte e non quelle di chi si è fatto giuria, giudice e boia. È terrificante quanto sia facile raccogliere una pietra e colpire senza pietà.

Ed è altrettanto terrificante scoprire il lapidatore che si nasconde dentro ognuno di noi, che abbiamo anime piene di sassi che catapultiamo anche contro chi è indifeso, proprio noi che ci riteniamo brave persone e che siamo in genere brave persone. Convinti che non scaglieremmo mai un oggetto contundente contro un’altra persona, né con le mani né con il pensiero, invece lo facciamo, perché la tentazione di colpire è subdola, così come il compiacimento nel condividere giudizi ignobili espressi da altri evitando con cura di assumerci la responsabilità del loro squallore. Sparare giudizi e lanciare pietre: dobbiamo per prima cosa addestrare noi stessi a non farlo. Dobbiamo imparare a comprendere la gittata degli spari e il peso dei sassi e il dolore straziante che provocano. Questa è la cosa giusta da fare.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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