Una manutenzione civile per rinnovare il 25 Aprile

Ottantun anni sono un’età considerevole per un essere umano. Da altrettanto tempo, l’Italia gode delle riconquistate libertà e democrazia, pagate a prezzo di sangue da donne e uomini che, come scrisse Pietro Calamandrei, «volontari si adunarono / per dignità e non per odio / decisi a riscattare / la vergogna e il terrore del mondo». Questo lungo periodo di pace ha dato modo all’Italia di costruire – con fatica e nonostante i tentativi di sabotaggio, sempre respinti – una notevole prosperità economica e sociale, conquistando progressivamente spazi di partecipazione, di confronto e di esercizio pieno dei diritti costituzionali di ciascuno.
Non è stato così per tutti. Gli anni dalla fine del secondo conflitto mondiale sono stati popolati di guerre combattute a diversa intensità; l’Italia ne è stata risparmiata anche grazie ai frutti di quella lotta di liberazione, il cui presupposto fondamentale era la pace. Una pace non caduta dal cielo, ma frutto di una scelta consapevole: nel giugno del 1946, un popolo uscito dalla guerra votò per la Repubblica ed elesse i suoi rappresentanti per scrivere una Costituzione che ripudiava la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli. Fu una scelta di civiltà, prima ancora che di politica. E come tutte le scelte di civiltà, richiede di essere rinnovata e testimoniata in ogni tempo.

In questo primo quarto del XXI secolo, il mondo sembra essersi dimenticato di quanto sia costato costruire uno spazio internazionale in cui la guerra non fosse più l’opzione prioritaria per risolvere le controversie tra stati. Assistiamo, sgomenti, a un progressivo ritorno della violenza – verbale e fisica – nella vita politica e sociale, e a guerre che tornano a insanguinare l’Europa e il mondo, alimentate dall’arroganza di chi tratta le istituzioni e i rapporti tra popoli come strumenti di dominio.
Così ci troviamo a celebrare questo 25 Aprile in un clima di preoccupazione e di timore che ciò che pensavamo sconfitto per sempre possa tornare alla ribalta del mondo. Se potessero tornare tra noi, che ci direbbero quei partigiani che sacrificarono le loro giovani vite perché anche noi avessimo libertà, pace e democrazia? Credo che un po’ ci biasimerebbero per la scarsa «manutenzione civile» che abbiamo applicato alle loro conquiste.
Quei giovani erano mossi da un entusiasmo che veniva dalla «fame» di giustizia, di libertà, di pace: cose che si apprezzano di più quando vengono a mancare. Noi, invece, siamo spesso rassegnati a un degenerare progressivo che rosicchia, giorno dopo giorno, quegli spazi di cittadinanza costituzionale che i partigiani avevano strappato dalle sgrinfie dei nazifascisti.
Troviamo il modo, allora, di recuperare quell’entusiasmo e quella fame. Tocca a noi ritrovare la capacità di ribellione morale che, rifiutando ingiustizie e prepotenze, ci spinga ad agire dentro la società e le istituzioni per esercitare appieno il diritto di cittadinanza che i partigiani hanno conquistato per noi. Torniamo a essere «democraticamente ribelli», come diceva Lionello Levi Sandri: un’espressione che non dev’essere uno slogan da esibire il 25 Aprile come un distintivo appuntato al bavero, ma una scelta quotidiana che riguarda la nostra dignità di donne e uomini liberi. Una dignità da preservare non per fedeltà al passato, ma per responsabilità verso il futuro.
Roberto Tagliani – Presidente Nazionale Federazione Italiana Volontari della Libertà
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