«Il 25 Aprile deve essere divisivo: separa la libertà dalla dittatura»

Sabato in piazza Loggia, dell’orazione ufficiale prevista per le celebrazioni della Liberazione, si occuperà Davide Conti. Autore della ricerca sulla guerra di Liberazione a Roma tra il 1943 e il 1945, che ha determinato il conferimento della Medaglia d’oro al Valor Militare alla città di Roma da parte del Presidente della Repubblica, e di diversi libri sul fascismo, sulla nascita della Repubblica, ma anche sulla strategia della tensione, Conti è stato consulente, oltre che di quella di Bologna sulla strage della stazione del 2 agosto 1980, anche della Procura di Brescia sull’attentato del 28 maggio 1974. Conosce gli argomenti. Conosce i luoghi.
Partiamo da dopodomani. Su cosa incentrerà il suo intervento?
«Sui caratteri della Resistenza. Sulle quattro guerre che si sono combattute al suo interno - quella di liberazione nazionale, quella civile, quella di classe e quella di genere - e su quello che della Resistenza è precipitato, ovvero la Costituzione Repubblicana. Che è figlia della lotta partigiana ed è in grado oggi di esprimere anche un forte punto di vista critico sull’esistente, rispetto alla guerra come stato naturale delle cose, rispetto alla capacità di tenuta delle democrazie. E poi, in ragione del luogo i cui ci troveremo, farò un focus su uno dei grandi nemici della Repubblica, lo stragismo neofascista»
La Liberazione, ancora oggi, non gode di un favore unanime. C’è chi ancora oggi la definisce divisiva. Perché?
«Il 25 aprile non può che essere divisivo, nel senso che deve dividere la dittatura e l’oppressione dalla libertà e dalla democrazia. Non può mai essere unificante. L’Italia, che era uno dei tre anelli della catena nazifascista insieme alla Germania e al Giappone, è l’unico di questi tre Paesi che al proprio interno ritrova, da ’43 al ’45, uno scontro armato contro il fascismo. Cioè la resistenza non esiste in Germania e non esiste in Giappone, esiste invece in Italia, assume i caratteri di una guerra civile perché si scontrano elementi della stessa comunità nazionale, fascisti e antifascisti, che sono divisi da un paradigma di valori irriducibilmente incompatibili».
Questo accadeva allora. Ma oggi?
«Il punto nodale è il tentativo di contestare la legittimità della Resistenza, di contestare la radice antifascista della Costituzione della Repubblica da parte di chi quella radice non ha mai riconosciuto e quindi non ha mai riconosciuto nella pienezza del suo significato né la Costituzione né la Repubblica stessa. La resistenza è stata combattuta, come diceva Arrigo Boldrini (il partigiano Bülow, per anni presidente dell’Anpi Nazionale, ndr), dai partigiani per loro, per tutti quelli che li hanno sostenuti, per tutti coloro che non hanno preso parte né da una parte né dall’altra, che era la maggioranza, e anche per quelli che erano contro. La resistenza è stata un movimento che costruendo la Repubblica e la Costituzione avrebbe dato cittadinanza anche ai nemici della democrazia, consci del fatto che la democrazia sarebbe stata più forte.
Il presidente del Senato ha recentemente affermato che il 25 aprile rifarebbe omaggio a partigiani e a caduti della repubblica di Salò. Diversi sostengono che la pacificazione non possa prescindere dal riconoscimento di tutte le vittime, anche di quelle fatte dalla Resistenza. Che ne pensa?
«Non vi può essere riconoscimento dei valori di cui era portatrice la Repubblica sociale italiana, perché quei valori significavano il nazismo. Significavano i campi di sterminio, significavano la dittatura, la soppressione della libertà di stampa, di parola, di cultura, di associazione, di sindacato, di partito politico. Quindi non ci può essere nessuna empatia, nessuna prossimità. Ci può essere la pietas umana, che è riconosciuta giustamente a tutti. Ma questo non c’entra niente con i concetti pelosi di pacificazione, che somigliano molto all’anticamera della equiparazione. Non ci può essere equiparazione. Non ci può essere contraddittorio rispetto alla resistenza. Perché il contraddittorio dell’antifascismo è il nazifascismo. Non c'è discussione. All’interno del campo antifascista, ognuno di noi giustamente ha le sue idee diverse l’una dall’altra, tutte legittime, tutte riconosciute come tali perché espressione della pluralità. Ma sulla questione fascismo-antifascismo non può esistere discussione, perché se dovesse esistere verrebbero meno i principi su cui poggiamo per poter parlare liberamente, per poter operare liberamente».
Tra i nemici della Repubblica diceva c’è lo stragismo neofascista. In che modo lo è stato?
«Lo capiamo se stiliamo due calendari paralleli dello stragismo e dell’applicazione della Costituzione. L’11 dicembre del 1969 il Senato approva in prima lettura lo Statuto dei Lavoratori, 24 ore dopo c’è la strage di Piazza Fontana. Nel maggio del 1970 il Parlamento dà forma alle Regioni e a luglio scoppia la cosiddetta rivolta di Reggio Calabria e c’è la strage di Gioia Tauro. La strage di Brescia si verifica quattordici giorni dopo l’esito del referendum sul divorzio del maggio 1974. Abbiamo un’incredibile sequenza di attentati che seguono i grandi cambiamenti costituzionali del nostro Paese e che quindi danno un significato politico esplicito a quelle stragi».
In questo contesto un ruolo decisivo ebbero apparati deviati dello Stato.
«La narrazione relativa alle stragi è sempre stata insieme accondiscendente e anche autoassolutoria. La formula dei servizi segreti deviati tende ad individuare alcuni elementi operativi, come se il resto dell’apparato e soprattutto le alte cariche di vertice di quegli apparati non fossero a conoscenza, né fossero complici di queste vicende. La realtà dei fatti con le sentenze passate in giudicato ci racconta molto altro invece».
Di piazza Loggia la giustizia ha individuato e condannato i mandanti. I presunti esecutori, ordinovisti veronesi, sono a processo. Lei che idea si è fatta?
«Forse in nessun’altra strage c’è una presenza così marcata della Nato. Il legame tra Ordine Nuovo veronese in particolare e il comando Ftase della Nato ci spiega tanto del quadro internazionale in cui maturano le stragi, in particolare quella di Brescia: un anticomunismo che diventa la radice in grado di giustificare qualsiasi tipo di pratica che consenta, come dicevano i manuali della Nato di allora, di demagnetizzare la nostra società dall’influenza comunista».
Riproduzione riservata © Giornale di Brescia
Iscriviti al canale WhatsApp del GdB e resta aggiornato
@News in 5 minuti
A sera il riassunto della giornata: i fatti principali, le novità per restare aggiornati.
