La Manovra presenta elementi interessanti e difetti altrettanto rilevanti. Va ricordato che non è definitiva e che già ora della «dialettica» agita le forze di maggioranza ormai in campagna elettorale. L’essere utilizzabile a fini elettorali è il primo ed evidente difetto, perché rinuncia a interventi strutturali per concentrarsi su indirizzi di mantenimento del sistema economico e sociale.
Si protegge il reddito disponibile, si cerca di sostenere le famiglie e incrementarne le opzioni di cura, però si rinuncia a investire in ricerca, capitale umano, sviluppo dei servizi pubblici, università o nel sostegno forte delle strutture produttive del Paese. Va quindi compreso il senso politico della Manovra. Approfondiamo questo aspetto iniziando da quello che è il più facilmente utilizzabile in termini propagandistici (sia pro sia contro la scelta politica del Governo).
Parliamo del sostegno alla natalità con i 100 euro per ogni neonato la cui efficacia, sulla carta, andrà valutata da più punti di vista. Questa azione va letta, però, associandola a due altri interventi che hanno più a che fare con strategie di sostegno alla natalità ossia il rafforzamento dei congedi parentali, che porta un mese aggiuntivo per tutti i genitori e un aumento dei mesi retribuiti del secondo figlio all’80%.
Una valutazione superficiale di tale orientamento porterebbe a paragonare l’intervento italiano con la politica consolidata francese, dove a un sostegno economico iniziale viene associato un percorso di sostegni periodici, un rafforzamento delle azioni in grado di migliorare il rapporto tra lavoro e famiglia (conciliazione) ed un forte contributo alla custodia dei bambini. Quindi da una parte un sostegno prudente, dall’altra una struttura che nel tempo si è andata consolidando.
Scelte politiche che, però, vanno valutate senza cadere nella trappola di considerare l’una o l’altra azione come leva per contrastare la denatalità (fenomeno che rimane anche in Francia), ma sulla capacità di sostenere il reddito di chi aumenta il proprio nucleo «familiare». Tale attenzione vale anche per leggere altri interventi. Ad esempio, va sottolineato che la riduzione della pressione fiscale legata dell’aliquota del 33% riguarda solo il 7,6% (stima Mef) di chi paga le tasse, soggetti che difficilmente avranno modo di «percepire» una disponibilità aggiuntiva mensile di 45 euro.

Analoga riflessione potrebbe essere fatta sull’innalzamento della cosiddetta flat tax. Anche in questo caso il contributo è minimo col fondato sospetto che possa essere fagocitato dalla perdita di potere d’acquisto. Discorso diverso meritano alcuni interventi che consolidano agevolazioni per le imprese (specie la super deduzione del costo del lavoro collegata alle nuove assunzioni) o per i settori dell’agricoltura e della pesca, ma si tratta di azioni che confermano le politiche già definite negli anni scorsi.
Dove probabilmente si evidenzia in modo più chiaro la mancata volontà di definire indirizzi strutturali è nei servizi. In particolare, criticità emergono in ambito sanitario e su università e ricerca. C’è un aumento del Fondo Sanitario Nazionale (di 3,4 miliardi) anche se per un terzo era previsto dalla Manovra precedente. La destinazione di questi fondi sostiene le posizioni più deboli (rivedere le tariffe ospedaliere per acuti, gli interventi di cura o di sostegno per Alzheimer e demenze), ma in campo sanitario si evidenzia un elemento di volontà politica che orienta risorse importanti (1,6 miliardi) per coprire spese sanitarie (fino a 300 euro) nel sistema privato per i pensionati over 75 anni con una pensione fino a 28mila euro.
Questa scelta può essere interpretata come una volontà di orientare sempre più risorse allo sviluppo del privato. Discorso simile è quello che riguarda i fondi per università e ricerca, dove il finanziamento ordinario è confermato a 9,5 miliardi (l’incremento di 200 milioni è legato a spese a destinazione già definita) ribadendo una volontà già registrata nella precedente Manovra (solo 25,6 milioni in più del 2025), cifre erose dalla crescita dei costi. Possiamo dire, quindi, che la Manovra ha una chiara volontà di sostegno di breve periodo dei cittadini anche se rimane il forte dubbio sull’efficacia della volontà politica su questo fronte.
Il dubbio non è tanto alimentato dalla valutazione della Manovra in sé, ma dal rischio generato dagli effetti dall’imperiosa crescita dell’inflazione (in un mese lievitata dello 0,9% rispetto al mese scorso) non adeguatamente contrastata. La Manovra parte dall’assunto che prevede un contenimento dell’inflazione tra uno scenario più favorevole pari a poco meno del 2% e uno un po’ più negativo del 3,2, il 5,4% del mese di ottobre qualche dubbio lo deve porre. Va perciò valutato il rischio che un’azione tutta tesa all’aumento del reddito disponibile possa venire assorbita in gran parte dalla mancata capacità (non solo italiana) di fare fronte all’impennata dei costi.




