Opinioni

La lezione di Giuseppe Zanardelli, lo Stato è forte quando sa includere

«Il Bresciano, nel solco della cultura del «suo» Risorgimento, apre a scelte liberali e innovative»
Fulvio Cammarano

Fulvio Cammarano

Editorialista

Una foto di Giuseppe Zanardelli - © www.giornaledibrescia.it
Una foto di Giuseppe Zanardelli - © www.giornaledibrescia.it

Uno sciopero è una minaccia da soffocare o una domanda alla quale la politica deve rispondere? All’inizio del Novecento, mentre l’Italia si lascia alle spalle le cannonate del 1898 e i tentativi di restringere le libertà, Giuseppe Zanardelli sceglie la seconda strada. Una svolta del liberale bresciano che cambia il rapporto fra Stato e società: ridurne la presidenza a un prologo dell’età giolittiana è riduttivo.

Al governo dal febbraio 1901, Zanardelli porta con sé la cultura politica del Risorgimento e una convinzione: le istituzioni nazionali devono conquistare l’adesione delle classi popolari attraverso le libertà e le riforme. L’unità d’Italia ha costruito lo Stato; occorre adesso renderlo una casa nella quale possano riconoscersi anche i lavoratori. Ma come riuscirci senza una maggioranza stabilmente disposta a sostenere il cambiamento?

Il nodo emerge subito negli scioperi. Lo Stato comincia a rinunciare all’automatica difesa dei proprietari e riconosce alle organizzazioni del lavoro uno spazio pubblico. Le camere del lavoro passano da diciassette nel 1900 a settantasei nel 1902. Il nuovo indirizzo permette a quelle energie di esprimersi. Il ministro dell’Interno Giolitti osserva: «La neutralità del governo è stata da molti proprietari considerata come ostilità contro di loro». Nell’imparzialità dell’autorità pubblica vedono una perdita di potere.

La svolta non cancella però la repressione. Nella vertenza ferroviaria del 1902 il governo ricorre anche al richiamo alle armi e alla militarizzazione: quando è in gioco un servizio essenziale, lo spazio del conflitto si restringe. Né siamo già in una democrazia: il voto resta riservato a una minoranza e le donne ne sono escluse. Lo stesso Zanardelli era stato ministro della Giustizia durante la repressione del 1898. Restituirgli un ruolo autonomo significa riconoscere anche le contraddizioni della sua esperienza.

Le riforme danno comunque sostanza al cambiamento. Nel 1902 una legge rafforza le protezioni per donne e fanciulli impiegati nelle fabbriche e nei laboratori. Nascono l’Ufficio del lavoro e il Consiglio superiore del lavoro: salari, infortuni e condizioni operaie diventano materia di conoscenza e consultazione, oltre che di ordine pubblico. Nel 1903 la legge sulle municipalizzazioni disciplina la gestione comunale dei servizi. È un liberalismo che attribuisce ai poteri pubblici responsabilità sociali ed economiche.

Il busto di Zanardelli realizzato da Ettore Ximenes
Il busto di Zanardelli realizzato da Ettore Ximenes

Il viaggio in Basilicata del settembre 1902 dà concretezza a questa apertura. A Potenza Zanardelli denuncia un isolamento che rende gli abitanti «stranieri gli uni agli altri». L’appartenenza alla nazione deve tradursi in strade, collegamenti, servizi: senza condizioni materiali comuni, la cittadinanza rimane incompleta. La legge speciale arriverà nel 1904, sotto Giolitti, dopo la morte dello statista bresciano, ma raccoglierà l’eredità di quell’iniziativa.

Proprio le riforme, tuttavia, mettono alla prova la maggioranza. Il progetto fiscale incontra resistenze e viene ridimensionato. Il disegno di legge sul divorzio si arena. I conservatori diffidano dell’apertura sociale, mentre i socialisti giudicano insufficienti i risultati. Zanardelli denuncia la mancanza di partiti «fedeli, compatti, perseveranti»: ogni provvedimento impone di ricostruire gli appoggi. La popolarità non basta a garantire continuità politica.

Anche il rapporto con Giolitti contiene questa tensione. Entrambi vogliono integrare i lavoratori nelle istituzioni, ma il presidente guarda soprattutto alla formazione di una cittadinanza nazionale; il ministro dell’Interno riconosce nelle organizzazioni popolari interlocutori autonomi con cui trattare. La collaborazione rende possibile la svolta, mentre l’autonomia di Giolitti e la sua forza parlamentare limitano la direzione del presidente.

Le sue dimissioni, nel giugno 1903, aprono una frattura che Zanardelli vive come un tradimento. La malattia accelera la fine. In ottobre Zanardelli scrive: «Il re travicello non so farlo». Non accetta di conservare il titolo senza poter seguire le questioni del governo. Lascia la presidenza a Giolitti. A Brescia consegna un’eredità che supera la celebrazione municipale: lo Stato può cercare la propria forza nella capacità di accogliere una società che cambia. Ma le riforme hanno bisogno di una forza politica che le sostenga. Aver aperto quella strada, senza riuscire a darle stabilità, è il significato e insieme il limite della sua ultima battaglia.

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