Quanto successo a Econe, nel Canton Vallese in Svizzera, la mattina del primo luglio di quest’anno merita di essere ripreso. L’ordinazione di quattro vescovi della Fraternità sacerdotale San Pio X senza il mandato papale ha comportato la scomunica ed ha portato, di fatto, allo scisma dalla Chiesa cattolica.
A questo proposito possono essere preziosi alcuni riferimenti che fanno ormai parte della storia recente. La Fraternità fu fondata nel 1970 dal vescovo francese Marcel Lefebvre, nato nel 1905 e morto nel 1991. Lefebvre fu vescovo in Paesi diversi dell’Africa francofona e partecipò al Concilio Ecumenico Vaticano II durante il quale era fra il gruppo di vescovi critici verso alcune scelte conciliari, riforma liturgica in primis.
Papa Paolo VI usò pazienza e attendismo. Con Giovanni Paolo II ci fu una prima scomunica per un fatto analogo superato dalle posizioni più dialogiche di Benedetto XVI. Dialogo che divenne più difficile con papa Francesco che soleva dire che nella Chiesa bisogna superare il conflitto interno fra «avantisti» e «indietristi», termini bergogliani per indicare la tensione fra progressisti e tradizionalisti.

Ma anche il passato della bimillenaria storia della Chiesa parla di fratture, divisioni, conflitti: dalla Chiesa apostolica ai primi Concili, dalla frattura fra Oriente e Occidente del 1054 alla riforma protestate, dalla nascita della Chiesa anglicana ai vetero-cattolici del dopo Concilio Vaticano I. Per la Chiesa è una costante vivere la fede in tempi di divisioni e conflitti, perseguendo il bene, ideale e reale, dell’unità e della comunione.
Poiché anche a Brescia è risuonata la domanda, classica e legittima: «Cosa può importare alla Chiesa se ci sono gruppi di fedeli che preferiscono la messa in latino rispetto a quella in italiano?» è opportuno chiarire che la questione non è solo liturgica ma è teologica. Non riguarda esclusivamente le modalità di un rito, ma la sostanza della dottrina.
Infatti la comunità lefebvriana non ruota solo attorno alla messa in latino come era prima del Concilio, ma – considerando la tradizione unico criterio per giudicare il Magistero – ritiene che il Vaticano II abbia introdotto rotture dottrinali che vanno respinte in nome della fede di sempre. Soprattutto per quanto riguarda l’ecumenismo, la libertà religiosa, il rapporto con l’Islam, col mondo di oggi oltre che la riforma liturgica.

Il problema, dunque, è più ampio della questione della messa in latino o della messa in italiano. Infatti un vero pastore, vescovo o sacerdote che sia, guarda con la stessa benevolenza e lo stesso affetto tutti i suoi fedeli: quelli che si accostano alla comunione tendendo la mano, quelli che ricevono il santo sacramento dell’eucaristia solo in bocca e quelli che si accostano perfino in ginocchio e le braccia incrociate sul petto. E la stessa simpatia un vero pastore deve nutrirla verso i giovani che alla messa suonano la chitarra e verso i giovani che preferiscono l’organo.
Questo aspetto è già superato. Infatti non poche diocesi, Brescia compresa, dopo il motu proprio «Summorum Pontificum» del 2007 di Benedetto XVI, hanno individuato una chiesa per la celebrazione della messa in latino con il rito preconciliare. A Brescia la chiesa è quella di San Zeno al Foro.
Il problema è il resto: l’accettazione o il rifiuto del Concilio Vaticano II. La questione, in conclusione, è dottrinale, ecclesiologica. E in questa prospettiva si comprende l’accorato appello di papa Leone XIV alla San Pio X, prime della ordinazione dei vescovi, a fermarsi.
Non solo questo non è avvenuto, ma i lefevriani hanno ribadito di non accettare la scomunica e di sentirsi Chiesa, la vera Chiesa cattolica, a differenza di quella plasmata dal Vaticano II. Una risposta, fra l’altro, di diniego alla dichiarazione del Segretario di Stato cardinale Pietro Parolin, a nome del Papa, a riprendere il dialogo. Il cammino ecumenico, comunque, prosegue… pur su una strada sempre più in salita e dissestata.



