Il conclave dell’8 maggio 2025 ha rotto un tabù storico, quello dell’elezione di un papa dagli Stati Uniti. Era allora l’inizio della seconda amministrazione Trump, il cui dogma politico era ancora «America First». Ma forse neanche i cardinali potevano immaginare quanto sarebbe diventato difficile, col passare dei mesi, per un ecclesiastico nato e cresciuto negli Stati Uniti fare il papa in questo momento.
Dal conclave in poi, la situazione mondiale si è molto complicata a causa della politica estera statunitense. Questo ha visto Leone XIV in un ruolo progressivamente più politico.
Il rapporto con gli Stati Uniti è diventato centrale, oscurando in parte le questioni interne della Chiesa. Ciò ha permesso a Leone di godere di una lunga luna di miele, o meglio, di una seconda luna di miele dopo un secondo inizio di pontificato nel 2026.
A un anno dalla sua elezione, siamo alla vigilia della pubblicazione della prima enciclica, che tratterà la questione sociale: un passo successivo nel cammino aperto della dottrina sociale della Chiesa avviato dall’enciclica Rerum Novarum di Leone XIII (1891). Oggi la questione è la rivoluzione tecnologica in corso (intelligenza artificiale, tecnologie dell’informazione e big data, transumanesimo) e le conseguenze antropologiche. Come enciclica incentrata sull’ad extra della chiesa, permetterà a Leone di rimandare il confronto sulle questioni divisive: il ruolo delle donne, la riforma del ministero ordinato. Verrà il momento in cui dovrà affrontare anche questi temi e forse gli costerà in termini di popolarità. Ma il suo stile finora si è dimostrato efficace nel de-polarizzare la Chiesa e nel ridurre le tensioni interne.
Dopo un anno di pontificato, è impossibile trarre conclusioni definitive sulle traiettorie di Leone XIV. Ma emerge già il tema del legame tra unità e pace come questioni non separabili a livello ecclesiologico, politico, e antropologico. Quello di Leone XIV è un messaggio di re-integrazione che parte da una teoria e pratica di governo unitario della chiesa, proprio quando nel mondo secolare le idee di governo, di diritto, di istituzione sono in via di dis-integrazione.
Il compito del primo vescovo di Roma «born in the USA» è arduo perché Trump dimostra quanto sia diventato urgente distinguere il cristianesimo - di cui il cattolicesimo è ancora rappresentazione istituzionale e simbolica senza pari - dalla questione dei destini dell’Occidente. Compito arduo, ma paradossalmente reso più semplice dal progetto Maga, che sta inconsapevolmente costringendo il magistero papale a elaborare un «Contro-Sillabo», una rinegoziazione di quella «lista degli errori moderni» del 1864 di Pio IX che il neo-integralismo cattolico di supporto al trumpismo sembra voler riproporre.
La sfida è radicale per il cattolicesimo, che occupa uno spazio centrale in questa fase di ritorno della religione in politica sempre più al traino dell’economia e della tecnica. Il problema di Leone XIII era di sottrarre i cattolici al socialismo e difenderli dal capitalismo selvaggio.
Al tempo del tentativo della nuova «tecno-destra» autoritaria e cristianista oppure «culturalmente cristiana» con chiari tratti neo-pagani (Elon Musk e Peter Thiel), la questione del ruolo del cristianesimo e del papa come sovrano morale è anche di affrontare le minacce alla sovranità ultima - non solo di Dio, ma dell’umano. È una sfida che non si risolverà con un calo di consensi verso il nuovo potere americano o con una disillusione dei cattolici rispetto al progetto Maga dopo gli attacchi del presidente Trump a papa Leone XIV.
Come sant’Agostino, il teologo, vescovo e padre della Chiesa rispetto al quale si è identificato come «figlio» nelle prime parole dopo l’elezione, Leone XIV guida la Chiesa in un mondo per il quale è sempre più accurata la definizione di papa Francesco di «cambiamento d’epoca»: una crisi di civiltà nella quale non è sempre chiaro chi siano i barbari.



