La povertà educativa è anche digitale

Da tempo oramai ci siamo abituati a sentir coniugare il sostantivo «povertà» con la parola «educazione» e l’espressione «povertà educativa» rimanda ad una condizione specifica del rapporto genitori-figli. Di certo sta accanto alla povertà economica ma non è solo la carenza di mezzi materiali a produrla. Spesso è connessa con la fragilità del contesto familiare, con la precarietà delle relazioni genitoriali e ha radici nelle mancanze degli adulti e nella distanza dello sguardo che toglie ai figli attenzione e ascolto.
C’è da dire poi che la difficoltà di cogliere le loro necessità o di accorgersi poco del disagio, è dato anche dalla carenza di servizi a sostegno della famiglia e di quella educativa familiare sempre più necessaria in una società complessa quale è quella che viviamo. Essa servirebbe in ogni caso alle funzioni genitoriali, oggi più impegnative che mai, perché andrebbe a sostenere i membri di quelle famiglie che hanno una scarsa partecipazione emotiva e faticano a dare un supporto efficace allo sviluppo dei figli.
In mancanza di questo, possiamo dire che i minori oggi attraversano le fasi cruciali del cambiamento, come il passaggio dall’infanzia all’adolescenza, la scelta del corso di studi superiore, le trasformazioni delle relazioni sociali e di quelle affettive, la costruzione della propria identità e lo sviluppo della sessualità, nella quasi totale solitudine. Oppure accade che i nuovi giovani attraversino il guado che li porta precocemente dall’infanzia all’adolescenza, unicamente attraverso i social media, che ora sappiamo, sono abilmente capaci di «catturarli».
Ed è lì che diventa per loro cruciale avere buone competenze digitali e capacità di confronto, lo sviluppo di un pensiero critico e conoscenze utili a esercitare il dubbio. Cose assolutamente necessarie nelle realtà online e fondamentali per sapersi orientare oggi nell’intricato percorso della crescita.
È questa scarsezza di strumenti che fa parlare in modo specifico di «povertà educativa digitale». Espressione che indica una limitata attenzione degli adulti di riferimento ai nuovi linguaggi e la sottovalutazione di quelle competenze critiche che servono alle nuove generazioni per usare adeguatamente gli strumenti che hanno rivoluzionato la comunicazione umana.
Invece famiglia e scuola stanno fornendo un’educazione povera sul piano della cultura digitale. Trascurano la necessità di formare in questo ambito docenti e adulti competenti, cioè capaci non solo di contenere l’abuso della tecnologia, il suo tempo di utilizzo, quanto di guidare i minori nell’uso corretto delle interazioni in rete e nella conoscenza degli strumenti di sicurezza online e del rispetto altrui.
C’è purtroppo ancora una comunità educante che promuove in ritardo l’uso creativo della tecnologia e sembra non avverta l’importanza di una prevenzione precoce dei pericoli digitali, come le dipendenze e il cyberbullismo, l’odio o i comportamenti violenti online.
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