È opinione ormai consolidata che a Giorgia Meloni, una premier di riconosciuta capacità e di indubbio prestigio, faccia da contrasto un personale politico, ad essere comprensivi scarso, ad essere impietosi inadeguato. L’opposizione ha buon gioco nell’infierire sul deficit di classe dirigente di Fratelli d’Italia. Non potrebbe essere altrimenti. Del resto, cosa c’è da aspettarsi - lascia intendere - da un partito che ha un imprinting neofascista? La sinistra non gli fa nemmeno lo sconto di essere un ceto nuovo a responsabilità di governo. Soprattutto si guarda bene dal ricordare che il deficit di classe dirigente non è un’esclusiva del partito della premier. È un tratto endemico della Seconda Repubblica. Prima i Lumbard, i famosi «barbari» capaci solo di parlare in dialetto; poi gli azzurri di FI, venditori di Fininvest promossi sul campo, preparati al nuovo lavoro da una sola convention col conforto di un kit sulle mansioni del politico.
Da ultimo, gli «scappati di casa» dei Cinquestelle (come li definì Silvio Berlusconi), arrivati in Parlamento in forza di poche decine di voti: in questi ultimi trent’anni è stata tutta un’infilata di politici improvvisati, pescati a casaccio dal mucchio, senza badare né al merito né alla competenza.




