Opinioni

La Brexit e l’anatomia di un fallimento politico

La Brexit aveva promesso sovranità, controllo e grandezza. Ha consegnato un Paese più solo, più povero, più instabile e più esposto alla rabbia che esso stesso ha contribuito a liberare
Carlo Muzzi

Carlo Muzzi

Caporedattore

Nigel Farage, promotore della Brexit - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Nigel Farage, promotore della Brexit - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Le dimissioni di Keir Starmer da primo ministro britannico fotografano la profonda crisi che attraversa il Regno Unito a dieci anni esatti dal referendum che ha sancito la Brexit.

Gli anniversari sono l’occasione giusta per fare bilanci, e mai come nel caso britannico un’analisi ragionata di quanto sta accadendo è necessaria. Con l’addio del laburista Starmer a Downing Street sale a sei il numero dei capi di governo dimissionari in un decennio. Vittime di un sistema politico sempre più fuori controllo e delle difficoltà, interne ed esterne, di un Paese che non è riuscito a diventare quella Global Britain che baldanzosamente immaginava Boris Johnson.

Ci sono aspetti specifici e peculiari che rappresentano l’anatomia del declino socio-politico britannico. Il tutto a partire da un dato paradossale: il Regno Unito è diventato una sorta di laboratorio dove sono stati sperimentati i principali strumenti per mettere sotto scacco le liberaldemocrazie. Una situazione paradossale per coloro che possono rivendicare a buon diritto di essere i cavalieri della democrazia, per storia e tradizione.

Innanzitutto la disinformazione. La campagna per la Brexit è stata un vero e proprio caso di successo: dal paventato rischio di invasione degli idraulici bulgari e romeni, che avrebbero rubato il lavoro agli inglesi grazie alle leggi europee, a quello dell’imminente ingresso nell’Ue di Turchia, Siria e Iraq. Oltre allo Ukip di Nigel Farage, inevitabilmente protagonista di una propaganda corrosiva antieuropeista, va ricordato il coinvolgimento della controinformazione russa, che vedeva nella Brexit una grande opportunità per minare l’idea stessa dell’Unione europea.

Da lì in poi è stata una sorta di caduta agli inferi. Il complesso negoziato tra Londra e Bruxelles ha riaperto vecchie ferite, a partire dall’Irlanda del Nord, dove corre il confine terrestre con l’Europa, e ha acuito contenziosi di ogni genere con Stati, ad esempio quello sulla pesca con Francia e Spagna.

L’uscita dal programma Erasmus ha penalizzato le università britanniche e ora si è deciso per una retromarcia portentosa. Ma in un mondo in cui è il dato economico a sancire il successo o meno di un sistema politico e delle sue scelte, basta dire che, in un elaborato studio della Stanford University, il Pil è calato tra il 6 e l’8 per cento in dieci anni e che la sterlina, crollata dopo il voto, non ha ancora recuperato i massimi pre-referendum né con l’euro né con il dollaro. Il calo degli investimenti è stato tra il 12 e il 18%; la produttività è scesa del 4%, così come l’occupazione.

Ma il côté più preoccupante è certamente quello politico, che come spesso accade è specchio di un intero Paese. La classe politica britannica del post-Brexit è stata funestata da una serie continua di scandali, una degenerazione morale che si è declinata con ogni tipo di malefatta: dalla corruzione all’abuso di droga, dall’aggressione sessuale alle violenze domestiche, per arrivare alle feste organizzate da Boris Johnson mentre il Paese era in lockdown durante il Covid.

Alla vigilia delle Politiche del 2024, oltre 80 dei 650 parlamentari della Camera dei Comuni avevano vicende giudiziarie pendenti, tra cui l’ex premier Johnson, mentre il leader del Labour, Jeremy Corbyn, era stato espulso dal partito per antisemitismo.

Da Global Britain a Rude Britannia il passaggio è stato breve: il Partito conservatore non ha saputo governare in alcun modo la fase politica e ha «bruciato» cinque primi ministri: Cameron, May, Johnson, Truss e Sunak. La retorica dei Tories, in chiave securitaria e sovranista, con cui è stata tempestata un’opinione pubblica sempre più insicura, pensata per contrastare l’avanzata di forze di estrema destra, ha avuto l’effetto esattamente opposto.

Sono avanzate le forze di estrema destra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Sono avanzate le forze di estrema destra - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Oggi il partito di Nigel Farage, Reform UK, che ha fatto asse con i rappresentanti della English Defence League, promotori della remigrazione, sembra essere moderato se si pensa a Restore Britain, che nel suo programma prevede la reintroduzione della pena di morte o la costituzione di forze di autodifesa. La forza politica è sostenuta da Elon Musk, che dal primo giorno di governo di Starmer ha quotidianamente invocato una sorta di guerra civile per rovesciare i laburisti e sostenuto le proteste antimigranti che hanno attraversato il Regno Unito fino ai recenti scontri di Belfast. Così, mentre una parte del Paese dibatte sull’eventualità di rinsaldare i rapporti con l’Unione europea, un’altra porzione del Regno presenta le espressioni più violente dell’estrema destra di questa fase storica.

La Brexit aveva promesso sovranità, controllo e grandezza. Ha consegnato un Paese più solo, più povero, più instabile e più esposto alla rabbia che esso stesso ha contribuito a liberare.

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