Intesa Sanpaolo, performance ai vertici del sistema bancario europeo

I risultati dello scorso anno consolidino una tendenza in atto ormai dall’inizio del decennio portando l’istituto italiano a superare le performance delle grandi banche, francesi, tedesche e spagnole
Il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il ceo di Intesa Sanpaolo Carlo Messina - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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La chiusura del bilancio di Intesa Sanpaolo, i documenti che ne spiegano la sostanza esplicitando anche le linee guida che il gruppo bancario ha definito per il futuro, confermano quanto di positivo per il gruppo si è andato consolidando negli ultimi anni.

Prescindendo dal testa a testa a cui da qualche tempo assistiamo con l’altro grande gruppo bancario (Unicredit) su chi ha dati migliori in termini di capitalizzazione (che porta entrambi ad essere al vertice europeo come solidità) i riscontri sui risultati dell’anno bancario appena concluso, confermano un trend decisamente premiante sia per gli azionisti sia per i dipendenti. È importante sottolineare come i risultati dello scorso anno consolidino una tendenza in atto ormai dall’inizio del decennio portando Intesa Sanpaolo a superare le performance delle grandi banche, francesi, tedesche e spagnole.

La rilevanza del dato non deve essere poi letta solo attraverso i parametri classici di utile o di Roe (che misura la redditività del capitale proprio delle imprese) sebbene presentino parametri, ancora una volta, elevati anche rispetto alla media delle banche europee. Vanno anche svolte altre considerazioni sulla qualità del credito che, per il gruppo, ha visto concludere il percorso di pulizia avviato con un processo definito di riferimento per il resto del sistema bancario (pochi anni fa le «sofferenze» del nostro sistema bancario erano considerate una sorta di zavorra per il sistema «Italia»).

La drastica riduzione dei crediti deteriorati è, certamente, da considerarsi una delle forti motivazioni che stanno alla base di questi risultati, ma va anche ricordato come il gruppo (come altri) abbia agito in modo risoluto nella riduzione dei costi (anche ma non solo legati ai tagli al personale), ed investito nell’aumento dell’efficienza operativa (ad esempio semplificando le attività dirette ai clienti – Isybank il cui numero ha rapidamente superato il milione - piuttosto che attività sostenute dalle nuove frontiere aperte dalla digitalizzazione dei servizi).

Un altro percorso che ha dato soddisfazione al gruppo è legato alle politiche molto attente sui processi di acquisizione dopo le scorribande di inizio secolo non avendo, nel contempo, alcuna pressione «a fare cassa» attraverso dismissioni sebbene su questo fronte il gruppo abbia subìto, come tutti, gli effetti delle sanzioni con la Russia dovendo ridurre l’esposizione con quel Paese. Naturalmente, i numeri positivi nascono anche dalla possibilità di agire con margini di interesse molto alti che sono stati aiutati sia dalle politiche della Bce sia su una struttura del mercato retail la cui fedeltà al brand, in campo finanziario, persiste nel tempo rendendolo meno aggressivo di altri

Infine, come altre banche, il gruppo ha saputo diversificare in modo efficace ampliando le entrate «da commissioni» in consulenza e nei servizi extrabancari. Seppure non sempre aderendo alle attese di famiglie e imprese parte di questi risultati sono andati a premiare il credito erogato rafforzando ulteriormente le prospettive di ricavi per il futuro e, soprattutto, la fidelizzazione dei clienti. Lo scenario, naturalmente, presenta alcune ombre che, oltre alla flessione dei margini di interesse registrata negli ultimi mesi, queste sono legate alla discreta dipendenza del gruppo dal contesto italiano (la diversificazione geografica rappresenta un punto di forza per i competitor europei) rendendo più vulnerabile l’istituto di altre banche che nel tempo hanno ampliato il proprio posizionamento andando oltre alle soglie nazionali.

La scelta dell’efficientamento comporta, poi, un flusso di investimenti nelle infrastrutture digitali e un correlato impegno in ambito cybersecurity (entrambi fronti sui quali il nostro sistema bancario mostra alcuni ritardi paragonato alle altre realtà europee).

Rimane in sottofondo un altro tema che, con una certa sistematicità, ricompare sotto i riflettori ossia il «peso sociale» che le banche devono (o meno) accollarsi sulle spalle. Allargare il mandato del gruppo sul fronte sociale comporta la possibilità di ridurre, nel breve, la soddisfazione di azionisti e dipendenti, ma può anche rappresentare occasioni di ulteriore diversificazione oltre che una sorta di antidoto contro possibili azioni fiscali o di rafforzamento regolamentare.

Da questo punto di vista gli indirizzi esplicitati dal piano industriale, orientati ad un forte incremento di risorse per contrastare la povertà e le diseguaglianze, come il consolidarsi di azioni sul fronte sostenibilità raccontano di un gruppo bancario che riconosce sia la rilevanza di questo ruolo sociale sia, con una visione più strategica e di lungo periodo, i ritorni che questo approccio potrà generare in un mercato finanziario sempre più in grado di valutare i proprio fornitori anche attraverso questo genere di iniziative.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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