Industria italiana, necessario un ripensamento economico strategico

Il sistema Brescia per ora tiene, nonostante tutto; nonostante, specialmente, i danni e l’incertezza provocati dalla politica commerciale di Trump. A pochi giorni dall’entrata in vigore del dazio del 15% sulla maggior parte dei prodotti, non è ancora chiara la lista delle «eccezioni», ossia delle categorie merceologiche a cui si potrà applicare un dazio diverso, inferiore o addirittura nullo (ma anche più alto, come sembra per acciaio ed alluminio). Come non è chiaro, peraltro, come i paesi europei potranno soddisfare le richieste aggiuntive di Trump: investimenti delle imprese private negli Usa, acquisti di prodotti energetici e di armamenti.
Tornando alla resilienza del sistema Brescia, i dati di Confindustria relativi al secondo trimestre 2025 mostrano una variazione tendenziale (ossia rispetto allo stesso trimestre dell’anno precedente) del +0,3%: è una variazione contenuta ma finalmente positiva. È infatti dal primo trimestre 2023 che non si registravano variazioni col segno più. Pare che le imprese bresciane siano riuscite ad adottare una tattica pragmatica, ad esempio anticipando le consegne sul mercato americano.
Il quadro di fondo resta però insoddisfacente, con una bassa domanda proveniente non solo dai mercati internazionali, ma anche da quelli domestici. Se l’insufficiente domanda risulta – nell’indagine congiunturale – il principale fattore limitante la produzione (con un peso del 50%), pure significativa è la scarsità di manodopera (11%); al contrario, la scarsità di materie prime/ macchinari ed i vincoli finanziari hanno una rilevanza minore. Senza dimenticare, come ricordato da Paolo Streparava, presidente di Confindustria Brescia, il costo dell’energia, significativamente superiore a quello dei competitor europei.

Quanto alle previsioni, la domanda attesa è stabile, senza grosse differenze tra mercato interno ed estero, sia comunitario che extra-Ue. Ci sono invece ampie differenze settoriali, con un saldo fortemente negativo – tra variazioni attese della produzione in aumento e variazioni in diminuzione – per il sistema moda (-37%) e per il metallurgico (-25%); in controtendenza il chimico-gomma-plastica (+12%). Per un confronto a livello nazionale, gli ultimi dati disponibili della produzione industriale italiana si riferiscono al mese di maggio, quando la variazione tendenziale era stata del – 0,7%, con contrazioni più marcate nella fabbricazione di mezzi di trasporto e nel chimico-farmaceutico.
Sono queste debolezze del settore industriale che si riflettono sulla fiacca crescita macroeconomica italiana. Secondo le stime più recenti del Fmi (pubblicate a luglio), il Pil crescerà quest’anno dello 0,5%, un po’ meno dell’anno scorso e la metà della crescita prevista per l’area euro, dove risalta invece la crescita di paesi come la Spagna (+2,5%) e di altri paesi periferici (paradossalmente quelli che poco più di dieci anni fa furono colpiti della crisi dei debiti sovrani). Farà peggio del nostro paese, anche nel 2025, solo la Germania (con +0,1% dopo il -0,2% dell’anno passato), le cui difficoltà si ripercuotono direttamente sulle imprese italiane e bresciane.

Il rallentamento economico, a livello nazionale e mondiale, è causato dalle tensioni commerciali evidenti – con il dazio medio sull’import negli Usa già salito a partire da aprile (a cui va aggiunto il deprezzamento del dollaro, ben superiore al 10%) – ma anche dal clima di costante incertezza. Da questo punto di vista, al di là dello scarso fondamento delle richieste di Trump (infatti il surplus europeo nella bilancia commerciale è in buona parte compensato dal surplus americano nei servizi), è comunque consigliabile un riposizionamento strategico dell’industria italiana (ma anche europea) verso la domanda interna.
I consumi privati in Italia sono sostanzialmente fermi, con cali in volume delle vendite al dettaglio per molti mesi di seguito. Consumi che, a loro volta, non aumentano perché da anni i salari reali sono in diminuzione: l’Ocse ha da poco ricordato che essi sono diminuiti del 7,5% dal 2021 in Italia, fanalino di coda tra i paesi avanzati; uno studio precedente mostrava che l’Italia era l’unico paese Ocse in cui i salari reali sono in diminuzione dal 1990. Forse un ripensamento delle politiche industriali e del lavoro sarebbe opportuno.
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