Per l’indipendenza energetica serve una strategia nazionale

Pierlamberto Capra
L’allarme energia dovuto al conflitto tra Israele e Iran è solo l’ultimo di una lunghissima lista. La situazione di incertezza ha riacceso il dibattito intorno al nucleare sostenibile
L'allarme energia, tra queste anche il gas - Foto Ansa/Guido Montani © www.giornaledibrescia.it
L'allarme energia, tra queste anche il gas - Foto Ansa/Guido Montani © www.giornaledibrescia.it
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Scoppia il conflitto tra Israele e Iran e il riflesso sui costi del petrolio e del gas è immediato e – di conseguenza – lo è sul costo dell’energia nel nostro Paese e si ricomincia a parlare di «allarme energia».

Lo fu in occasione della guerra del Kippur (1973), della crisi petrolifera del 1979 a seguito della rivoluzione iraniana, della crisi tra il 2000 e il 2008 con il forte aumento di consumo da parte dei paesi emergenti – Cina in testa – che portò il barile nel 2008 a oltre 104 $ e, per arrivare a tempi più recenti, della invasione dell’Ucraina da parte della Russia nel 2022. Aiutati dalla memoria, se andiamo ad analizzare ciascuna di queste crisi, troviamo una sola parola d’ordine che ricorreva come un mantra e che ancora oggi con forza torna a monito: indipendenza energetica. In questi circa 50 anni, sono tante le iniziative realizzate – con vario livello di successo- per cercare di non ricadere nella stessa situazione a cui ci aveva drammaticamente messo di fronte la crisi del 1973.

Qualcosa è stato indubbiamente fatto in particolare nell’ambito delle rinnovabili – FV ed eolico – con soddisfacente tasso di sviluppo ancorché in modo non omogeneo. Ad oggi però siamo ancora lontani da una situazione di indipendenza, dovendo dipendere ancora per circa il 70% dalle importazioni di energia, dato non molto diverso da quello che avevamo nel 1979 proprio, che coincidenza, in occasione della rivoluzione iraniana. Pur ribadendo che le energie rinnovabili devono essere sviluppate con sempre maggiore decisione (i tempi di permitting, comunque, ancora troppo lunghi) come affrontare il problema in modo serio e concreto senza perdersi in inutili discussioni e seguire «affascinanti chimere»? Con quale tecnologia sostituire la cosiddetta «energia di base» – ovverosia l’energia che deve essere garantita 8760 ore all’anno per permettere all’industria di sopravvivere – che possa essere in grado anche di rispettare gli sfidanti obiettivi di decarbonizzazione del 2035 e del 2050? Sicuramente non solo con le energie rinnovabili - intermettenti e non programmabili - e neppure con il fossile se vogliamo ottenere quella indipendenza dalle fonti primarie che ci garantisce sicurezza di approvvigionamento e sostenibilità ambientale ed economica con prezzi competitivi.

Proprio a seguito a queste tematiche legate al costo dell’energia, tema prioritario nella agenda dell’industria, e alla criticità della dipendenza delle fonti dalle crisi geopolitiche, si è riacceso un interessante dibattito intorno al nucleare sostenibile di ultima generazione, che prevede reattori di più contenute dimensioni con caratteristiche decisamente migliorative rispetto a quelli precedenti. Rimane aperto il tema del referendum e di una possibile sua rivisitazione in considerazione del mutato contesto soprattutto in termini tecnologici e di sicurezza; se non si riuscirà a superare questa presa di posizione figlia anche di un momento storico particolare, non si potrà fare altro che abbinare all’energia da fonte rinnovabile la tanto vituperata energia da fonte fossile, magari anche sfruttando i nostri giacimenti nazionali, e trovando un compromesso in termini di sostenibilità ambientale. Ammesso per un attimo che si possa sbloccare la possibilità di fare ricorso alla energia nucleare (lascio agli esperti del diritto la risposta), affiorerebbe però il «fattore tempo» come elemento abilitante fondamentale alla messa in produzione di impianti nucleari in tempi ragionevoli per poter affrontare la sfida.

Se osserviamo chi le centrali nucleari le ha costruite, scopriamo che mediamente tra la data di inizio progetto e la effettiva entrata in funzione possono passare da circa 5 anni (es. Giappone) a oltre 15 anni (es. Francia) in funzione della legislazione, della volontà politica e delle eventuali problematiche legate alla gestione del progetto. Se partiamo dal dato delle autorizzazioni per FV ed eolico – circa 2 anni – pensando ad un impianto nucleare, dobbiamo preparare al meglio il complesso iter procedurale (dall’individuazione del sito, alle autorizzazioni a vari livelli, alla costruzione e controllo per finire alle verifiche durante l’esercizio e alla dismissione) per evitare tempi biblici, soldi sprecati e situazioni sgradevoli. In sintesi, un iter autorizzativo certo e ben definito.

I tecnici italiani sono considerati tra i migliori: le competenze ci sono e si tratta di stabilire prima bene le regole, considerando questa una materia strategica a livello nazionale e che deve essere controllata e gestita dallo stato. Fondamentale sarà anche la capacità dell’amministrazione centrale e locale, dei tecnici e dai centri di eccellenza e di ricerca, di informare adeguatamente e in modo oggettivo la popolazione su cosa significa, oggi, un sito di produzione nucleare, con dati e fatti alla mano e senza pregiudizi di parte.

Nel frattempo, ipotizzando con massimo pragmatismo e tanto ottimismo (la burocrazia in Italia non aiuta) tempi di almeno una decina di anni da quando sarà disponibile la nuova tecnologia nucleare, dobbiamo essere in grado di attuare tutte le contromisure per evitare che ogni piccolo sussulto nello scenario geopolitico mondiale o europeo – es. la Francia causa manutenzioni delle sue centrali o la scarsa produzione di rinnovabili nel nord Europa – rappresenti un «terremoto» per l’Italia.

Un delicato equilibrio che dovrà tenere ben presente, come ci ha insegnato il blackout spagnolo, l’importanza della efficienza della rete (molte realtà stanno investendo, A2A per prima), del bilanciamento del sistema (in Italia la produzione maggiore di energia elettrica rinnovabili è al sud con il fabbisogno maggiore al nord), della presenza di impianti programmabili e di accumulo per garantire una adeguata riserva sicurezza di erogazione.

E in tutto questo un ruolo fondamentale lo dovrà giocare l’Europa che pur non avendo ancora creato un vero e proprio mercato dell’energia, dovrebbe essere da guida al cambiamento comune come ha ben descritto Draghi del suo documento sulla competitività.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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