Le proteste che da mesi attraversano l’India sono cominciate con lo scandalo dei test d’ammissione alle facoltà di medicina: la diffusione anticipata delle domande aveva avvantaggiato alcuni candidati a danno degli altri. Gli studenti hanno chiamato in causa il governo, accusandolo di non garantire selezioni corrette e chiedendo le dimissioni del ministro dell’Istruzione: anni di studio e sacrifici familiari erano stati compromessi dalle frodi e dall’inefficacia dei controlli. Alla richiesta di esami equi si è poi aggiunta quella di elezioni imparziali. Gli studenti contestano la cancellazione di milioni di nomi dalle liste elettorali: una revisione che, secondo le autorità, serve a rimuovere nominativi duplicati e iscritti privi dei requisiti per votare, ma che i manifestanti accusano di escludere anche cittadini aventi diritto, soprattutto musulmani, favorendo così il Bharatiya Janata Party (BJP), il partito nazionalista hindu del primo ministro Narendra Modi.
La richiesta di dimissioni di Gyanesh Kumar, capo della Commissione elettorale, porta dunque la mobilitazione sul terreno delle garanzie democratiche. Secondo le ricostruzioni giornalistiche, la revisione straordinaria delle liste, nota come Special Intensive Revision (SIR), ha comportato la cancellazione di oltre 130 milioni di nomi dal 2025. Una cifra che non equivale ad altrettante esclusioni illegittime, ma che rende essenziali la trasparenza dei controlli e la possibilità di correggere eventuali errori. La posta politica riguarda la fiducia nell’arbitro della competizione: se viene meno, anche la possibilità di cambiare governo attraverso il voto appare incerta.
Nelle ultime ore, circa duemila persone hanno manifestato a Connaught Place, nel centro di Delhi, nonostante l’imponente schieramento di sicurezza; oltre cento sono state fermate. Abhijeet Dipke, fondatore del Cockroach Janta Party (CJP), movimento giovanile nato dalla satira online e noto come «Partito popolare degli scarafaggi», risultava sottoposto ad arresto preventivo, mentre la leader studentesca Neha Bora era stata rilasciata.
Alla contestazione delle procedure elettorali si aggiunge così quella delle restrizioni al dissenso. Sotto queste mobilitazioni agisce una frustrazione più profonda, che investe la promessa politica di Modi: convertire l’ascesa economica dell’India in opportunità individuali. La crescita convive con difficoltà occupazionali particolarmente acute tra i giovani istruiti. Il titolo di studio alimenta aspettative che il mercato del lavoro spesso non soddisfa; gli scandali degli esami aggravano la percezione che anche l’accesso alle opportunità disponibili sia truccato. Per questa parte della popolazione, il prestigio internazionale del paese fatica a compensare l’incertezza del futuro personale.
Il CJP ha dato alla frustrazione un linguaggio riconoscibile. Il nome riprende un controverso paragone del presidente della Corte Suprema, Surya Kant, interpretato come un insulto ai giovani disoccupati. Il giudice precisò di riferirsi a professionisti con titoli falsi, ma il movimento aveva ormai trasformato lo scarafaggio in un simbolo di resistenza. La mobilitazione digitale si affianca alle organizzazioni studentesche già strutturate. Anche la bandiera nazionale esibita nelle piazze conta: chi protesta rivendica l’appartenenza alla nazione, contendendo al governo la possibilità di definire il dissenso come antipatriottico.
Resta aperto il rapporto tra il movimento e i partiti d’opposizione al governo Modi, a cominciare dal Congresso di Rahul Gandhi. Il loro sostegno si sostanzia in assistenza legale, risorse e strutture territoriali, ma espone gli studenti al rischio che le proprie richieste vengano subordinate alle convenienze elettorali. Per Gandhi la mobilitazione è un’occasione per ampliare il consenso; per gli studenti, la sfida è accettarne l’appoggio conservando autonomia.
Prevedere una caduta imminente di Modi sarebbe prematuro: il governo resta stabile e le elezioni nazionali sono attese nel 2029. L’Uttar Pradesh, al voto nel 2027, offrirà una verifica più ravvicinata. Il passaggio decisivo sarà trasformare la protesta in partecipazione durevole, oltre le reti digitali e i centri universitari. Per Modi il rischio è che il malcontento sociale trovi nella difesa del voto una causa comune, capace di unire gruppi finora separati. Per l’opposizione, la prova sarà offrire risposte credibili alle aspettative che hanno portato gli studenti in piazza.




