In Medio Oriente Trump dovrà affrontare almeno tre sfide

Gaza, Israele e Teheran: la chiave di volta della politica mediorientale di Trump potrebbe passare per le mani di Mohammad bin Salman
Le scritte inneggianti a Trump comparse a Tel Aviv - Foto Ansa/Afp © www.giornaledibrescia.it
Le scritte inneggianti a Trump comparse a Tel Aviv - Foto Ansa/Afp © www.giornaledibrescia.it
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A poche ore dall’autoproclamazione di Donald Trump quale 47° presidente degli Stati Uniti per le vie di Tel Aviv e di Gerusalemme già si potevano vedere grandi poster inneggianti alla vittoria del tycoon sui quali, accanto alle due bandiere nazionali e al suo ritratto, troneggiava la scritta «Make Israel Great Again». Rendere di nuovo Israele grande: un motto preso a prestito dalle campagne elettorali Usa del 2016 e del 2024 e adattato alle velleità del Likud e degli altri sei partiti che reggono il governo israeliano.

In effetti Trump, nel primo mandato, seppe ricucire gli strappi che l’Amministrazione Obama aveva provocato con gli accordi sul nucleare con l’Iran, che consentirono a Teheran di rientrare, in parte, nel consesso internazionale, a livello politico e economico.

Ciò aveva non poco indispettito Tel Aviv e Riyadh che vedevano nel regime degli ayatollah una seria minaccia alla stabilità del Golfo e all’esistenza stessa di Israele, tanto da indurre Trump a ritirarsi unilateralmente dagli accordi e relegare nuovamente la Repubblica Islamica nel novero dei cosiddetti Stati canaglia. L’accordo da 100 miliardi di dollari per la vendita di armi ai sauditi giocò sicuramente a favore dell’ostracismo iraniano; d’altro canto il disgelo con Netanyahu, anche allora premier di Israele, fu favorito dalla decisione di trasferire l’ambasciata Usa da Tel Aviv a Gerusalemme, riconoscendo indirettamente la città come «eterna e indivisibile» e quindi interamente appartenente a Israele.

Parallelamente Trump cercò di dare soluzione alla questione palestinese con un piano utopistico, un po’ fumoso ma sostenuto dalla promessa di un investimento di 50 miliardi di dollari per la creazione di uno Stato palestinese demilitarizzato. Fu definito l’accordo del secolo, ma non trovò applicazione. Una seconda azione per riordinare geopoliticamente l’area la compì con gli Accordi di Abramo, che statuirono la normalizzazione delle relazioni tra Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Israele, rimarcando l’attivismo della sua Amministrazione per il Medio Oriente.

Ora, alla vigilia di una nuova era trumpiana, i dossier sul tavolo sono almeno tre: tutti tra loro interdipendenti e interrelati.

Il primo, più urgente e immediato riguarda Gaza, con la cessazione delle ostilità e i piani per la sua ricostruzione. A luglio scorso, con tracotante ottimismo, aveva caldamente invitato Netanyahu, a «cessare le ostilità e a mettere fine al problema», prima del suo ritorno alla Casa Bianca. Si tratterà di vedere quale potrà essere la soluzione preconizzata da Trump, che potrebbe riprendere in parte il suo vecchio programma per la Palestina, ai tempi rigettato dall’Autorità Palestinese, ora probabilmente disposta ad accettarlo per poter giocare un ruolo di governo di Gaza, perduto nel 2006 in favore di Hamas. La cessazione delle ostilità resta la priorità, poiché consentirebbe di ricreare quelle condizioni minime di sopravvivenza per la popolazione stremata e iniziare un concreto piano per la ricostruzione, sovrintesa dagli Usa e assegnata ai Paesi arabi, verosimilmente i firmatari di trattati con Israele.

Sarebbe un modo per rivitalizzare gli Accordi di Abramo, questo il secondo dossier, interrotti dalla guerra del 7 ottobre, e di portarli a compimento nella loro pienezza, giungendo alla stipula di un’intesa tra sauditi e israeliani, così come probabilmente inizialmente previsto dallo stesso Trump.

Il terzo e più spinoso dossier riguarda Teheran. La speranza è che accantoni i suoi atteggiamenti pregiudizievoli verso l’Iran e faccia emergere tutto il pragmatismo che in passato ha dimostrato di avere, come ad esempio verso la Cina o la Corea del Nord, accettando i primi timidi messaggi di dialogo che il presidente Pezeshkian ha iniziato a inviare all’Occidente subito dopo il suo insediamento a fine luglio. Una postura che sicuramente non troverà i favori di Israele, o almeno del governo Netanyahu ma che, a differenza di quattro anni fa, potrebbe riscontrare il plauso e l’appoggio di Riyadh.

I sauditi hanno iniziato un significativo riavvicinamento all’Iran e nell’ambito dell’ambiziosissimo piano di trasformazione della loro economia, che prevede investimenti per 500 miliardi di dollari, hanno tutto l’interesse a ricreare un ambiente il più stabile possibile per attrarre investimenti esteri e per porsi quale fulcro di ulteriore sviluppo per tutto il Golfo. Anche per l’Iran, bisognoso di ritrovare un suo equilibrio economico dopo un quarantennio di embargo internazionale.

La chiave di volta della politica mediorientale di Trump sembra quindi passare per le mani di Mohammad bin Salman, il quale potrebbe subordinare la riconciliazione con Israele alla riduzione della tensione con la Repubblica Islamica, riportandola nell’alveo delle relazioni economico-politiche internazionali.

Utopia? Forse. Ma a un anno dalla guerra una de-escalation risulta quantomai necessaria anche per Israele, per evitare che la profezia che compariva ieri sul quotidiano Haaretz possa trovare compimento, ovvero che Trump «Make Israel Weak Forever».

Michele Brunelli, Docente di Storia ed istituzioni afroasiatiche, Università di Bergamo

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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