Medio Oriente: il gioco degli equilibri tra Iran, Israele e Arabia Saudita

La linea rossa dettata dagli Ayatollah e recepita dagli Stati Uniti indicava quali sarebbero stati i motivi per rispondere alla ritorsione promessa e dare quindi il via ad una pericolosa escalation.
Se Tel Aviv avesse inflitto gravi danni al Paese, colpendo infrastrutture energetiche e nucleari, tra le opzioni percorribili Teheran si sarebbe riservata di reagire lanciando oltre 1.000 balistici contro lo Stato ebraico, aumentando gli attacchi delle milizie sciite in tutta la regione, o arrivando a interrompere il traffico commerciale nel Golfo Persico, bloccando lo Stretto di Hormuz.
Di contro funzionari iraniani comunicavano ai media occidentali che la Repubblica Islamica avrebbe potuto astenersi dal compiere ulteriori rappresaglie qualora fossero stati colpiti solo obiettivi militari. Come in realtà è stato. Diverse le considerazioni di carattere politico che si possono trarre da questa situazione.
“The entire population of Gaza is at risk of dying in a genocide that has been announced and executed under our watch”, says Francesca Albanese, the UN special rapporteur on the occupied Palestinian territories.
— Al Jazeera English (@AJEnglish) October 27, 2024
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È indubbio che con l’azione di ieri Netanyahu abbia voluto sfruttare un’importante finestra di opportunità, agendo prima del Super Tuesday che decreterà il nuovo presidente americano, dando prova di nutrire poca fiducia nella vittoria di Trump, il quale, nella sua amministrazione precedente si mostrò assai duro verso l’Iran. Una seconda osservazione porta a credere che questa guerra di nervi sia propagandisticamente funzionale ai due governi, che non vogliono abdicare alle provocazioni, ma come duellanti possano ora ritenersi soddisfatti, senza giungere, fortunatamente, alle estreme conseguenze.
Il che dimostra anche la loro debolezza verso un fronte interno che vedrebbe intollerabile uno scontro diretto prolungato, poiché metterebbe a repentaglio la tenuta delle rispettive nazioni. Il senso di responsabilità e di moderazione che il regime iraniano sarà in grado di mostrare servirà altresì per portare a compimento il progetto del presidente Pezeshkian, fortemente intenzionato a riallacciare le relazioni con l’Occidente e, in primis, con gli Stati Uniti, qualora dalla competizione elettorale uscisse vincitrice Harris.
🔴 The Commander of Hezbollah’s Bint Jbeil Area, Ahmed Jafar Maatouk, was eliminated in an IAF strike.
— Israel Defense Forces (@IDF) October 27, 2024
A day later, the IAF also eliminated his successor and Hezbollah's head of artillery in the Bint Jbeil area.
These three terrorists directed and carried out numerous… pic.twitter.com/Hg8iasUA4X
Ciò potrebbe provocare anche un relativo allentamento nei rapporti con la Russia di Putin, con un indubbio ricasco sullo scenario ucraino. A livello regionale è da rimarcare il permanere della costante equidistanza mostrata dai sauditi durante tutto l’ultimo anno, i quali, condannando la violazione della sovranità nazionale iraniana ma senza esplicitarne il responsabile, hanno invitato le parti coinvolte a «esercitare la massima moderazione», segno di voler continuare sul sentiero del ripristino delle relazioni con Teheran e procedere verso la normalizzazione con Tel Aviv, interrotta dal conflitto con Hamas.
Oltre a preservare il suo investimento da 500 miliardi di dollari nella costruzione di Neom, immensa area urbana sul Mar Rosso settentrionale che dovrebbe favorire la diversificazione economica del Paese, l’Arabia Saudita è anche fortemente interessata alla ricostruzione di Gaza. Ma per far questo serve stabilità. Così come la stabilità regionale, al di là delle dimostrazioni di forza, sarà indispensabile per Israele, che prima o poi dovrà gestire la fase post-bellica, di recupero della sua immagine a livello internazionale e di ripristino di parte della sua economia, il cui calo degli investimenti ed il consumo, oltre che alla carenza di lavoratori palestinesi iniziano a provocare un rallentamento del Pil.
E lo sarà per l’Iran, anch’egli alle prese con una economia in affanno e una postura internazionale oggi precaria, ridimensionata nella sua azione di influenza in Libano, dopo la progressiva destrutturazione di Hezbollah. Il gioco delle parti, sembra dunque nelle mani dei tre protagonisti regionali, le tre anime del Medio Oriente: Iran, Israele e Arabia Saudita.
Michele Brunelli – Docente di Storia ed istituzioni afroasiatiche, Università di Bergamo
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