Medioriente, le nuove dinamiche dodici mesi dopo

La via che porta alla Grande Moschea Khomeini è dedicata a Qasem Soleimani, il martire vivente, leggendario generale dei Guardiani della Rivoluzione, ucciso in un raid statunitense il 3 gennaio 2020. È qui che qualche giorno fa la Guida Suprema, l’Ayatollah Khamenei, ha celebrato i riti funebri del martire dei martiri, Hassan Nasrallah, Segretario Generale del Partito di Dio. Un sermone in parte pronunciato in arabo, con il quale ha definito l’operazione di Hamas una mossa giusta, logica e legale e gli attacchi iraniani al territorio israeliano la punizione minima per quelli che ha chiamato i «crimini incredibili» commessi da Tel Aviv.
È stato rimarcata la politica dell’attendismo e la «pazienza strategica» che Teheran ha dimostrato durante questo lungo anno di guerra. Molte sono le dinamiche cambiate dal 7 ottobre scorso: tra queste gli attori e gli obiettivi del conflitto. Circa i primi, l’Iran è coinvolto da protagonista e se da un lato ha dimostrato la capacità di poter colpire Israele con due attacchi limitati e volutamente annunciati, dall’altro deve riaffermare il proprio diritto di autodifesa e rimarcare di essere una potenza regionale e guida salda di una coalizione.
Per gli attori direttamente coinvolti nel conflitto oggi Hamas lotta per la sua stessa sopravvivenza. Ridimensionata drasticamente la sua capacità offensiva e stigmatizzata la sua strategia politica dagli stessi Stati arabi, dovrà cercare di capitalizzare l’odio che la ritorsione israeliana si è abbattuta su Gaza per rinfoltire le fila dei suoi miliziani. A guerra finita la Striscia presumibilmente passerà sotto il controllo dell’ANP o di una coalizione internazionale, il cui compito sarà quello di gestire la ricostruzione delle infrastrutture e nessuno spazio vi sarà per Hamas. Più complicato sarà ricostituire una società attiva e non militante, passaggio necessario proprio per evitare la crescita di nuove leve che andrebbero ad alimentare nuovi conflitti.
Benjamin Netanyahu, in un forse troppo utopistico intento, cerca la salvezza politica dal processo che lo attende, ma soprattutto dal giudizio della Storia, tentando di trasformare la pagina più nera di Israele dal 1948 in poi, in una opportunità, dando al suo Paese due tra le cose più preziose per gli Ebrei: terra e sicurezza. Terra da sottrarre ai suoi nemici più prossimi: quegli attori non statuali sostenuti dall’Iran come Hamas, Hezbollah, gli Houthi e le milizie irakene; sicurezza, deteriorandone le forze sino a ridurne la minaccia offensiva e quindi anche l’influenza di Teheran in tutta la cosiddetta mezzaluna sciita che attraversa il Medio Oriente; indirettamente verso attori statuali, come la Siria, spingendo ondate di profughi libanesi entro i suoi confini, cercando di destabilizzare dall’interno il regime di Assad.
A questo obiettivo di medio periodo ne corrisponde uno di lungo periodo, che si dipana sì verso il futuro, ma che affonda le radici nel passato e che, paradossalmente l’attacco di Hamas ha riportato in auge. È stato lo stesso Netanyahu a dichiarare esplicitamente che «stiamo cambiando la realtà strategica del Medio Oriente» imponendo un nuovo ordine regionale alla regione. Sebbene l’ultimo passo politico in questa direzione risieda negli accordi di Abramo volti rivitalizzare una nuova era di normalizzazione nelle relazioni tra taluni Stati arabi e Israele, fino a decretare il riavvicinamento anche di Riyadh, in realtà la sicurezza di Israele passa principalmente dal Libano. L’intento sarebbe di ridisegnarne completamente l’assetto religioso e quindi politico, ora soprattutto che si sta cercando di destrutturare un’importante parte politica del paese, rappresentata da Hezbollah.
Riprendendo il vecchio sogno di fare del Libano uno Stato confessionale, sì, ma cristiano, uno Stato cuscinetto, satellite di Israele, già nel 1982 Ariel Sharon voleva imporre Bashir Gemayel, cristiano maronita, alla presidenza del Paese, distruggere i Fedayn di Arafat e costringere le truppe siriane al ritiro. Si verificò tutto il contrario: non solo Gemayel fu ucciso, ma parte dell’esercito di Assad si radicò in Libano e vi rimase fino al 2005. I combattenti dell’OLP in effetti abbandonarono il Paese, ma il vuoto lasciato fu colmato da Hezbollah.
È il vuoto il pericolo maggiore per Tel Aviv: avere ai propri confini uno Stato fallito in cui residui di sovranità sono gestiti da gruppi combattenti che, per alimentare la propria forza, identificano in Israele il nemico. La soluzione per Netanyahu consisterebbe nella stabilizzazione del Libano, sostituendo il potere sciita con uno più accondiscendente verso Israele. Magari cristiano maronita. La storia tuttavia insegna che giocare con le confessioni è pericoloso e, in realtà la vera soluzione consiste nella concessione di uno Stato libero e indipendente per la Palestina, con rigide garanzie di sicurezza per Israele e l’accettazione incondizionata del suo diritto ad esistere.
Michele Brunelli, Docente di Storia ed istituzioni afroasiatiche, Università di Bergamo
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