Il recente disegno di legge approvato dal Consiglio dei ministri modifica il criterio con cui si valuta l’imputabilità dei ragazzi tra i 14 e i 18 anni: la capacità di intendere e di volere verrebbe presunta, salvo prova contraria. Sembra un abbassamento dell’età rispetto alla responsabilità penale. In realtà, sposta il punto di partenza del giudizio intorno all’imputabilità minorile.
La proposta nasce da un’esigenza comprensibile. Quando un adolescente commette un reato grave, liquidare tutto con un generico «è solo un ragazzo» può trasformare la giovane età in un comodo atto di buonismo.
Prendere sul serio un minore dal punto di vista educativo significa anche riconoscerlo capace di rispondere delle proprie azioni sbagliate. Chi educa non finge che il male compiuto dagli educandi non esista. Tuttavia, è anche tipico di chi educa procedere con prudenza nei suoi giudizi intorno alle intenzioni e alle circostanze in cui un adolescente delinque. Chi conosce un poco gli adolescenti lo sa. Lo stesso Aristotele, nella sua Retorica, descrive i giovani come generosi, fiduciosi e aperti al futuro, ma anche impulsivi, dominati dalle passioni e portati all’eccesso. Poi, nell’Etica Nicomachea distingue l’azione volontaria dalla scelta pienamente deliberata.
Un ragazzo può sapere che ciò che sta facendo è proibito e, nello stesso tempo, non possedere ancora la stabilità necessaria per valutare bene le conseguenze, resistere alle pressioni del gruppo e considerare possibili alternative. La responsabilità personale non è un interruttore che a 14 anni passa improvvisamente da «spento» ad «acceso». Cresce in modo graduale e differente da persona a persona, in base anche alle relazioni in cui si è formata. Per questo una presunzione generale di piena capacità di intendere e volere può apparire semplice sulla carta, ma rischia di rendere meno attenta proprio quella valutazione individuale che la giustizia minorile dovrebbe verificare e custodire.
Non si tratta, quindi, di scegliere tra impunità e severità, ma di domandarsi quale severità sia giusta e educativa di volta in volta. Una pena che umilia o abbandona un adolescente alla propria colpa protegge forse la società nell’immediato, ma difficilmente la rende più sicura nel futuro. Una risposta seria dovrebbe riconoscere il danno, tutelare le vittime, chiedere al giovane di riparare quanto possibile e offrirgli un percorso concreto di cambiamento. Infondo, l’adolescenza è l’età dell’incertezza: molto può essere cambiato con buone relazioni educative. Sempre Aristotele ricorderebbe che il carattere si forma attraverso le azioni e le abitudini. Perciò, quando un adolescente sbaglia consapevolmente, deve essere responsabilizzato. Ma proprio perché il suo carattere è ancora in formazione, non può essere considerato come un adulto.
Di fronte ad un adolescente che commette un reato un educatore non si domanda solo che cosa e quanto deve pagare, ma anche e soprattutto che persona può ancora diventare rimediando al male commesso. La speranza di miglioramento è il vero motore dell’educazione. Quando ad essa si sostituisce l’eccessiva severità fondata sulla paura si smette di educare e ci si riduce solo a sorvegliare e punire.



