Manifesto di sovranismo ed eurofobia

Sono spesso documenti anodini e generici, le «Strategie di Sicurezza Nazionale» (National Security Strategy, Nss) che da metà Anni ’80 le Amministrazioni devono presentare al Congresso. Documenti vaghi e poco controversi, a uso e consumo delle opinioni pubbliche, interna e internazionale. Poche Nss fanno eccezione tra le più di venti fino a oggi prodotte: la Nss del 2002 di Bush Jr., quella della guerra preventiva e degli «equilibri di potenza a favore della libertà», in uno dei suoi slogan più celebri; la prima di Trump, del 2017, con i suoi trenta e più riferimenti a una «sovranità» da affermare, rispettare e riconquistare; e ora questa ultima del 2025, la seconda di Trump. Che è molto più breve, rispetto a otto anni fa. E assai meno articolata, strategicamente, e intellettuale. Un manifesto politico-ideologico assai rozzo ben più che una dottrina di sicurezza. Semplice, radicale e in taluni passaggi finanche puerile nel lessico.
Aperta da due paginette che celebrano, nello stile nordcoreano che ormai abbiamo imparato a conoscere, la visione, il coraggio e i successi di un presidente grazie al quale, si afferma, una «nuova epoca d’oro» è tornata ad aprirsi per gli Stati Uniti. Tre categorie, e per certi aspetti slogan, aiutano a riassumere contenuti, retorica e obiettivi di questa Nss. La prima, come nel 2017, è quella di sovranismo. Numericamente inferiori (una quindicina, meno della metà rispetto a otto anni fa), i riferimenti alla «sovranità» restano nondimeno centrali. Sovranità da proteggere o da riconquistare, costruendo un sistema difensivo e potenziando il deterrente nucleare in modo da tornare a essere invulnerabili a un attacco missilistico o riacquistando una indipendenza industriale che emancipi dalle catene globali di valore e dalle interdipendenze che queste producono.

E sovranità che impone il rigetto delle costrizioni e dei vincoli del diritto internazionale, della governance globale e del multilateralismo (e, si sostiene, di un «transnazionalismo» che «cerca esplicitamente di dissolvere la sovranità dei singoli Stati, legando la politica americana a una rete di istituzioni internazionali»). La seconda categoria è quella di realismo. Realismo grossolano, semplicione, reiteratamente ostentato. Binario e ben lontano dalla sofisticata complessità della grande tradizione del pensiero realista, quello trumpiano si sostanzia in una narrazione del sistema internazionale come un’arena dove ognuno cerca di massimizzare i propri interessi («lo scopo della politica estera è la protezione degli interessi nazionali fondamentali; questo è l’unico obiettivo»).
La terza categoria, quella che ci deve interessare (e preoccupare) maggiormente è rappresentata da un antieuropeismo che tende facilmente a tracimare in vera e propria eurofobia. I riferimenti critici e non di rado caricaturali all’Unione europea sono plurimi e riecheggiano quelli già enunciati il febbraio scorso dal vice presidente, JD Vance alla conferenza di Monaco. Un’Europa da «rifare grande», si asserisce, in primo luogo ripristinando libertà politiche e sovranità nazionali soffocate da quel Moloch che sarebbe l’Unione europea. Soggetto liberticida, la Ue, che censura «la libertà di parola, reprime le opposizioni politiche», provoca «il crollo dei tassi di natalità, la perdita delle identità nazionali e della fiducia in se stessi».
Compito degli Usa è quindi quello di aiutare i «partiti patriottici europei», i veri alleati degli Usa, a «ripristinare la fiducia nella propria civiltà e nell'identità occidentale dell'Europa». E su questo si manifesta uno dei non pochi cortocircuiti concettuali e politici del documento. Che invoca la sovranità, per sé e per gli altri, e al contempo esprime senza dissimularla una ingerenza palese e neo-imperiale in Europa, a sostegno di forze ideologicamente affini, sovraniste e anti-Ue.
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