Il ritorno, sgradito, del narcisista patologico

Un’antica specie umana pare essere tornata ad aggirarsi in maniera dilagante nelle relazioni sentimentali: il Narcisista Patologico. Non è chiaro se sia frutto dell’evoluzione o di nuove consapevolezze, ma questo essere mitologico, metà uomo (a volte anche donna) e metà predatore confuso, risorto forse grazie al surriscaldamento (ormonale) con il favore dall’habitat digitale, pare aver trovato una consacrazione ideale nella nostra epoca. Non esiste donna che non affermi di averne incontrati, nella vita, almeno un paio di esemplari, pagandone un prezzo altissimo in termini di equilibrio mentale.
Ma chi è questo feroce predatore? Un collezionista insaziabile (di disagio), sempre a caccia di nuove prede con tecniche quasi ragionieristiche: seduzione al limite del credibile (love bombing) e rispecchiamento camaleontico (mirroring).
Sue prede ideali: donne emotivamente vulnerabili, ipersensibili ed empatiche, cui propina la presenza costante di qualche ex (misteriosamente sempre più di una) «pericolosa, instabile ed ossessiva» che lo perseguita con morbose follie di sua totale invenzione. Il suo capolavoro relazionale è la triangolazione, perché nel contendersi adolescenziale della sua presenza intermittente trova la misura della sua traballante grandezza. Esperto in serialità, e anche nella menzogna, coltiva le relazioni con cura ossessiva e maniacale al solo scopo di sabotarle, nutrendo il suo ego malfermo con la sofferenza altrui.
Se un tempo poteva incarnare l’archetipo romantico dell’uomo maledetto o del dongiovannismo, oggi il Narcisista Patologico è un brand, un format per spettacoli teatrali di famose criminologhe con il pericolo di inglobare semplicisticamente dentro ad un vero e proprio disturbo della personalità forme di egocentrismo, incostanza e mancanza di empatia, tipicamente maschili. Alexander Lowen, padre della bioenergetica e studioso del narcisismo, decenni prima che diventasse trending topic, descriveva il Narcisista Patologico come una persona con un Io bambino ferito, intrappolato in una falsa immagine di sé, brillante e invulnerabile, che va cercando spasmodicamente riflessa negli occhi degli altri per non guardare il vuoto interiore. Chiaro che la dilagante cultura dell’apparenza alimenti perfettamente questa fame insaziabile di conferme esterne e la tecnologia ne favorisca gli schemi perversi: la triangolazione, lo scarto, l’orbiting, il ghosting.
Cosa fare nel caso se ne incontri uno e lo si riconosca? La letteratura consiglia la fuga, il No contact, azioni legittime e vitali che finiscono quasi a rinchiudere la vittima, impaurita, dentro a un trauma perenne, consegnando l’intera sua vita a questa fragile creatura degli abissi relazionali, nel costante terrore di incontrarla di nuovo.
Chiara Gritti, psicoterapeuta di Bergamo apre invece ad una nuova possibilità e la racconta nel libro: «La principessa che voleva amare Narciso». Frutto di un interessante lavoro terapeutico con coppie che hanno avuto il coraggio di scendere nel labirinto delle proprie reciproche ferite, ad incontrare il mostro per salvarsi, insieme. Non è una storia per tutti. Non è una scelta per tutti, ma è una possibilità che sembra dare respiro e luce. Buona Lettura.
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