Il perenne movimento di un buon equilibrio

Vittoria è una di quelle persone che, sulla carta, hanno una vita tribolata. Perde il padre quando è molto giovane; la madre avvia un progetto sociale che ha appena iniziato a funzionare quando viene colpita da una malattia degenerativa che la costringe a cedere il timone. Vittoria le subentra mentre però è nel pieno dell’organizzazione di una rete di piccole imprese che lei stessa ha ideato. Il suo telefono è rovente, le sue giornate lunghissime. Eppure lei c’è, sempre.
Nel frattempo ha costruito una famiglia simpatica, di gente per bene. Ho trascorso mezza giornata con lei e mi sono chiesta: come si fa? Gliel’ho chiesto. La sua risposta è stata una contro-domanda: «Come mai pensi che non si possa fare?».
Siccome non si dovrebbe mai rispondere a una domanda con un’altra domanda, ho insistito. La filosofia di Vittoria è questa: la fatica mentale quotidiana nasce quando ci poniamo obiettivi che non riguardano soltanto ciò che possiamo fare, ma anche ciò che vorremmo accadesse o che riteniamo dovrebbe accadere. In questo modo, ogni contrattempo diventa uno scontro tra noi e il resto del mondo.
Se invece definiamo il nostro percorso tenendo conto della possibilità di cambiarlo strada facendo, contrattempi e disguidi diventano semplici ostacoli da aggirare, nel modo meno dispendioso possibile in termini di energia. In altre parole: resta in equilibrio e arriverai dove vorrai, anche cambiando meta e prospettiva. Come si impara andando in bicicletta, per mantenere l’equilibrio bisogna muoversi.
Del resto, quando le persone – come il mondo – si trovano in una condizione di stabilità, raramente ne fanno buon uso: si buttano a capofitto in ciò che hanno davanti. E tuffarsi, in fondo, è anche un modo piuttosto goffo di cadere di testa. Meglio guardare avanti o, meglio ancora, tenere lo sguardo mobile: come chi attraversa una piazza affollata senza urtare nessuno, leggendo le traiettorie e lasciandosi sempre un margine.
Ho riassunto quello che Vittoria mi ha spiegato, con vari esempi, in un quarto d’ora di chiacchiere. Poi siamo state interrotte da una chiamata. È durata parecchio e, quando ha riattaccato, ha alzato gli occhi al cielo: «Perché mai la gente sceglie di vivere tra una crisi isterica e l’altra?». In effetti, a parte l’inevitabile, sarebbe il caso di viversela meglio. E di più.
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