La somma dei ricordi che lasci

Caterina, meglio nota come Rina, è stata per decenni «l’infermiera». La persona che potevi chiamare di giorno, di notte, nel fine settimana o nei festivi, e lei arrivava. Non perché ignorasse la tutela dei lavoratori, non perché non avesse di meglio da fare, ma perché lei il suo mestiere lo ha inteso in maniera totale: una missione, nel senso di un modo di investire il tempo per dare un senso alla vita.
Ha iniziato lavorando in un ospedale pubblico, poi ha affiancato uno studio medico e, nel frattempo, non ha mai smesso di occuparsi di donatori di sangue, di volontariato, di infermi, persino di teatro dialettale. È incalcolabile il monte ore che ha regalato a chi, semplicemente, ne aveva bisogno.
Le parole però non le rendono giustizia: «infermiera» è solo un’etichetta che indica l’aspetto dominante, mentre tutto il resto è vita. Rina possedeva un intuito coltivato con la professione e affinato dall’esperienza, tanto che una sua valutazione a occhio aveva peso per chiunque la ascoltasse.
Per tutta la vita ha avuto la forza pacata che serve per guardare in faccia il dolore senza lasciarsi spaventare. La persona che indaga la piaga, la gangrena, il sintomo, con lo spirito sereno e pratico di chi è lì per fare ciò che è possibile. La persona che ha saputo guardare nei lati più intimi della malattia, là dove spesso ci si ritrae per paura, per pudore, per ripugnanza. Averla accanto significava sentirsi presi per mano proprio quando è più facile sentirsi soli.
Quando la malattia ti sorprendeva con attacchi nuovi e imprevisti, lei era lì a sorreggerti. Quando ti sentivi preso alle spalle da un tiro mancino del tuo corpo, lei aveva il polso fermo. Lontanissima da conforti cosmetici, parole inutili o gesti compiaciuti, incarnava il senso originario della compassione nella sua forma più umana. Guarda in faccia, asciugava lacrime, accettava la rabbia e l’infinita gamma delle reazioni davanti alla vita che scivola via.
Per paradosso del destino, ha dovuto lei stessa sfidare una malattia beffarda e insidiosa, che per anni ha provato a fermarla senza riuscirci davvero. E ha sofferto con lo stesso spirito con cui ha curato: la serena quiete di chi guarda lo svolgersi della vita come al passaggio di una nuvola nel cielo.
Adesso che Rina non c’è più, sono sicura che la somma dei ricordi che ha lasciato in chi l’ha incontrata supera di gran lunga la vita media di chiunque. Chi vive senza temere la morte è una luce che non si spegne.
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