A un mese di distanza dal vertice Nato di Ankara, la Turchia ha firmato, il 7 agosto, assieme a Pakistan e Arabia Saudita, il Patto della Mecca, un accordo di difesa congiunta. Non una sorpresa, delle possibilità di questo accordo se ne parlava già da qualche tempo, con l’appellativo di Nato islamica.
Il testo ufficiale non è noto. I tre firmatari si sono, infatti, limitati a un comunicato dove si pone in evidenza come un attacco armato contro uno sarà considerato al pari di uno contro gli altri due. In sostanza una riedizione dell’articolo 5 del trattato Nato.
Una formula di deterrenza? Certamente lo è nelle intenzioni dei sottoscrittori. In particolare, in quelle dei sauditi, spinti dagli eventi bellici nel Golfo a cercare, in primis, la protezione turca, ma contando anche sui rapporti tutt’ora di «buon vicinato» tra Pakistan e Iran. Tuttavia, la prima reazione iraniana non è stata delle più incoraggianti. Ibrahim Rezaei, portavoce della Commissione per la politica estera del Parlamento iraniano, ha dichiarato: «I sauditi devono capire una cosa: l’accordo non garantirà loro la sicurezza». Poi l’ammonimento: «Cambiate le vostre politiche in modo da non dover implorare gli altri per la vostra sicurezza».

In quell’implorare sta tutto lo scetticismo iraniano sull’efficienza del Patto. In sostanza: rischierebbero Turchia e Pakistan, nonostante la potenza militare di cui dispongono, di aprire un conflitto con l’Iran? Teheran pare proprio non crederlo. Metterà alla prova il Patto con attacchi ai sauditi, magari via le milizie degli Houthi? Se lo farà, allora sarà un dilemma per Ankara e Islamabad. Forse non è un caso se il testo del Patto non è, appunto, stato reso pubblico. Proprio per mantenere incerti i confini di quell’accordo di mutua difesa.
La reazione iraniana va, comunque, anche letta come una risposta al commento dell’acerrimo nemico, Donald Trump: «un primo passo grande, audace e importante». Guarda al Patto come a un rafforzamento della sicurezza in Medio Oriente. Forse vede in esso uno strumento per aiutarlo a uscire da una impasse nella quale si trova piuttosto sperduto. I tre firmatari sono suoi solidi alleati. Cauta la reazione indiana. «Stiamo valutando…» è quanto sinora New Delhi ha fatto sapere. Una cosa è, comunque certa, il Patto rafforza il Pakistan nella questione del Kashmir, anche perché la Turchia è sempre stata dalla sua parte.
Come sempre l’Ue sta alla finestra, anzi questa volta neppure si è affacciata. Nessun commento, infatti, da parte delle istituzioni di Bruxelles, Nato compresa. Chi, per contro, al Patto ha destinato non poca attenzione è la Grecia. Di fatto si ritrova un po’ nella stessa situazione dell’India. Vi vede un rafforzarsi della Turchia nei suoi confronti. Il Patto sposterebbe, infatti, i già fragili equilibri nel Mediterraneo orientale.
A preoccupare Atene è un commento del ministro degli esteri turco, Hakan Fidan, secondo cui l’iniziativa è un tentativo di «restituire alla regione la stabilità venuta meno col ritiro dell’Impero Ottomano». Insomma, vi vede una determinazione turca a più influenza nella regione. Il Patto imporrebbe così alla Grecia il rimodellare la strategia nel Golfo, dopo anni di sforzi per costruire legami più stretti con Riyad.
Historic Makkah Joint Defence Agreement signed 🇵🇰🇸🇦🇹🇷#MakkahDefenceAgreement#PakistanSaudiTürkiye pic.twitter.com/kpfUQm19ru
— Government of Pakistan (@GovtofPakistan) August 7, 2026
Il vertice Nato di Ankara, dal quale eravamo partiti, ha indicato come l’Europa (riluttante) e la Turchia (già lanciata) debbano farsi «stronger» nella Nato. Col Patto della Mecca i tre si propongono obiettivi di sicurezza regionale, attraverso la mutua difesa. Il rischio è se la silente Europa, Grecia a parte, cedesse alla tentazione di «far di meno», proprio perché altri sembrano pronti ad addossarsi il carico della sicurezza in Medio Oriente. Sarebbe il vecchio cliché europeo: delegare ad altri la sicurezza e goderne i dividendi. Formula tanto facile quanto fallace.




