Alla fine Gianni Infantino, l’uomo che sussurrava a Trump (o è viceversa?), si è dovuto arrendere davanti all’unanime protesta suscitata dal suo ultimo progetto, quello di vendere quote della Coppa del mondo a investitori privati. Un piano che avrebbe reso il football ostaggio di interessi che vanno molto al di là del gioco. Infantino, che Trump vorrebbe vedere segretario dell’Onu, deve aver confuso la Fifa con il Board of Peace, cui era stato invitato, unico fra i dirigenti dello sport internazionale. Ovvero deve aver dimenticato che l’organizzazione che presiede non è un comitato d’affari bensì ha lo scopo di sviluppare il calcio «ovunque e per tutti, migliorando costantemente il gioco e promuovendone i valori educativi, culturali e umanitari a livello globale».
Il piano, presentato non più tardi di otto giorni fa e denominato Fifa Forward Enterprise (FFE) prevedeva la vendita a capitali di rischio di quote consistenti della Coppa del Mondo, maschile e femminile, nonché di quella riservata ai club. In cambio, la promessa era di portare a 10 miliardi di dollari (poco meno di 9 miliardi di euro) e oltre la cifra da ripartire fra i diversi associati. Ne avrebbero beneficato tutti o solo gli amici degli amici?
E quale peso politico i capitali privati avrebbero avuto nella gestione delle diverse competizioni? Alle federazioni affiliate era stato dato tempo fino al 9 settembre per esprimere voto favorevole. Ma l’Uefa, forte del parere unanime delle sue 55 affiliate, non solo ha detto no, ma ha minacciato di boicottare qualsiasi manifestazione organizzata dalla Fifa se il piano, proposto unilateralmente e senza alcuna discussione pubblica, non fosse stato immediatamente ritirato.
Il percorso
Che Infantino, vittima del proprio ego, o forse semplicemente rassicurato dal peso politico del suo rapporto con il presidente degli Usa, avesse intrapreso un percorso molto pericoloso era chiaro ormai da tempo: prima il Premio Fifa per la Pace conferito a Trump in occasione del sorteggio dei Mondiali, dieci mesi fa, poi la sottoscrizione dell’accordo per i due «hydration break» introdotti nel programma della Coppa del Mondo senza consultazione alcuna, ma certamente molto graditi dai network televisivi e dagli sponsor, infine l’annullamento del cartellino rosso per l’attaccante degli Usa Balogun alla vigila del match con il Belgio. Prima ancora c’era stata la «procedura d’urgenza» con la quale il Mondiale 2034 era stato assegnato in fretta e furia all’Arabia Saudita.
Alla fine l’Europa, per una volta unita, ha detto stop. Se ciò rappresenterà la fine della carriera di politica di Infantino e il primo passo verso la redenzione del calcio è ancora presto per dirlo. Ma qualcosa si è acceso nel vecchio continente dopo il gol di Ferran Torres all’Argentina. Un gol al dispotismo degli autocrati e dei grandi capitali? Vedremo.




