Come era facilmente prevedibile, il cda di Banco BPM ha (all’unanimità) rimandato al mittente la proposta (per la verità un po’ naif) presentata da Monte dei Paschi per cercare di rispondere al tentativo di Intesa di aggregare l’istituto senese. Il progetto era già sulla carta piuttosto velleitario, andandosi a scontrare con esigenze chiare degli azionisti (anche esteri) sia di Banco BPM sia di Generali. Vedremo se quella di Lovaglio sia stata un’azione tattica che presuppone qualche altra iniziativa da parte dell’istituto senese, oppure una mossa disperata di chi fa fatica a trovare una soluzione a una vicenda che si è incanalata male, dopo le questioni legate al rapporto con Mediobanca e agli altri azionisti di riferimento di questo storico istituto milanese.
Detto questo, è interessante sottolineare come questa ipotesi di “risiko” bancario possa accendere i riflettori sulla situazione del mondo del credito italiano. Già la politica ha evidenziato come le banche, negli ultimi anni, abbiano usufruito di posizioni vantaggiose sul mercato nazionale e in qualche caso internazionale, che hanno permesso, alle stesse istituzioni di crescere soprattutto in termini di valore degli utili accumulati e distribuiti ai propri azionisti. È chiaro che negli ultimi anni i principali gruppi italiani abbiano sia visto crescere i propri utili sia modificato (in parte) il proprio modo di operare.
Andando su qualche elemento più concreto possiamo evidenziare come l’andamento degli utili dei principali gruppi italiani abbia visto ad esempio per Unicredit un trend di crescita importante (tra il ’23 e il ‘26 quasi del 25%). Ancora più positivo (sebbene inferiore nel suo ammontare) è il trend che riguarda l’altro grande gruppo italiano, Intesa San Paolo passato dai 4,4 mld del 22 all’attesa di 10 per l’anno in corso.

Diverso è il ragionamento per quanto concerne le banche un po’ più piccole, che vedono per Banco BPM, BPER e Monte dei Paschi un incremento importante (ovviamente con dimensioni inferiori a quelle dei due primi gruppi italiani), ma che comunque va, soprattutto per Banco e per Monte dei Paschi, a rappresentare una crescita che supera 50% negli ultimi 5 anni (rispettivamente da 0,7 a 2 mld e da 0,7 a 3 – in questo caso non si ha un consensus sull’anno in corso).
Sono dati importanti che da soli non danno la visione dello stato dell’arte nelle nostre banche. Si deve sottolineare come le posizioni di dominanza di questi istituti abbiano generato condizioni che possono rappresentare sia opportunità sia vincoli per il nostro Paese. Il trend di crescita dei grandi istituti esplicita il fatto che rimane sempre una forte differenza tra la capacità delle banche di raccogliere e quella di sostenere il sistema economico italiano, sia per quanto riguarda le famiglie, sia per quanto concerne le imprese. Sul fronte della raccolta la crescita si sta lentamente orientando verso il risparmio legata ai depositi di medio-lungo periodo (con ricadute sul loro impiego) come era nei tempi migliori del sistema bancario italiano (anche se non va mai dimenticato che tra il 55% eil 65% della raccolta diretta è costituita da liquidità a vista o assimilabile – circa 1.000 miliardi di euro con forme bassissime di remunerazione).
Per quanto riguarda gli impieghi, le banche hanno ancora dei grandi margini per potere dare sostanza al loro ruolo (se non laddove si parla di mutui), e alla loro capacità di sostenere il sistema economico italiano (in generale, il ’25 e il 26 vedono una crescita degli impieghi 2% e il 5%). Dopo la contrazione del ’23-‘24 la domanda di credito per le imprese sta sicuramente crescendo, sia in relazione agli strumenti collegati a digitalizzazione, intelligenza artificiale, transizione energetica, per qualche aspetto di cambiamento degli asset imprenditoriali, sia per quanto concerne i rifinanziamenti dei debiti e, soprattutto, per qualche attività di M&A e di consolidamento industriale.

Se la politica invece di occuparsi di tassare gli utili (cosa legittima ovviamente ma un po’ miope), provasse a stimolare le banche, e magari sostenerle, in un percorso un po’ più proattivo nei confronti dell’economia, le azioni potrebbero delinearsi seguendo ipotesi Win Win (rafforzative del sistema economico e, contemporaneamente, del mondo bancario). Si tratterebbe di agire per potenziare la crescita negli impieghi (che per il 2026 rimane limitata) non solo (come avviene) per medie e grandi aziende (crescita del 3,6%) ma, soprattutto, per le PMI (crescita tra l’1% e 3%).
Oggi più che di aggregazioni o di tassazioni straordinarie varrebbe la pena orientare su quello che potrebbe essere il ruolo positivo delle banche in questa fase sicuramente critica per l’economia. Il messaggio che verrebbe da suggerire sarebbe quello di dare spazio a una riflessione strategica che veda Governo (ma anche le minoranze) e sistema bancario orientarsi verso nuove prospettive che vedano raccolta e impieghi indirizzate anche verso logiche di sviluppo sia nel privato, in particolare nelle piccole e medie imprese, sia nel pubblico (soprattutto per mantenere il flusso verso infrastrutture avviato attraverso il PNRR). Sarebbe la vera sfida sulla quale andrebbe aperto un tavolo di discussione tra mondo bancario e sistema politico nazionale.




