Il campo largo alla prova di Renzi

C’è una lunga storia di patti tra nemici che si vincolano a collaborare su temi cruciali
Il senatore Matteo Renzi © www.giornaledibrescia.it
Il senatore Matteo Renzi © www.giornaledibrescia.it
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Un lancio ben calibrato, un tiro in porta angolato: gol. Renzi e Schlein si abbracciano. È fatta: «il patto del gol» è siglato. C’è una lunga storia di patti tra nemici che si vincolano a collaborare su temi cruciali. Il precedente più illustre è «Il patto della crostata», stretto nel 1997 tra Berlusconi e D’Alema in tema di riforme costituzionali. Segue, una quindicina d’anni dopo, «Il patto del Nazareno» sottoscritto tra Berlusconi e Renzi sempre su riforme costituzionali e legge elettorale. Ora c’è questo nuovo patto. I precedenti non inducono all’ottimismo. Sono finiti tutti male. Lo stesso Patto del gol non è partito bene. Il gol è stato annullato. Non solo, anche il pubblico e i dirigenti della squadra del «campo largo» non hanno accolto l’abbraccio dei due con un applauso corale.

Hanno storto il naso non solo il duo Fratoianni - Bonelli, non solo Conte, ma anche non pochi del Pd.

Renzi, si sa, non gode di buona fama dalle parti della sinistra. La sua ruvida campagna delle rottamazioni ha lasciato il segno. Pesi massimi del partito come D’Alema e Bersani sono rientrati nel Pd solo dopo che Renzi se n’è allontanato. Il segretario di Iv non riscuote simpatie anche per il suo modo spregiudicato di fare politica. Letta si ricorda bene di quell’incoraggiamento - «Enrico, stai sereno» – che annunciava sornionamente il trasloco da Palazzo Chigi. Non ci sarebbe da stupirsi se anche questa sua nuova mossa nascondesse un perfido intento analogo, del tipo: «Elly, stai serena».

Forse ci aiuta a cogliere il senso dell’iniziativa presa dal senatore di Rignano l’annuncio che il governo Meloni ha i giorni contati. Previsione che sembra un po’ azzardata, ma con i precedenti che vanta (ha affossato prima Salvini e poi Conte) non c’è da prendere sottogamba le sue parole. Più che come vaticinio, il suo annuncio va preso, però, come monito rivolto alla Schlein.

Elly Schlein e Matteo Renzi insieme alla partita del cuore - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Matteo Renzi insieme alla partita del cuore - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Il non detto implicito sarebbe: si prepari a dovere per le prossime elezioni politiche, avendo presente che con i campi larghi può vincere, difficilmente governare. Renzi fa leva su due punti di debolezza del Pd: l’equilibrio politico della coalizione e la sua proposta programmatica. Anzitutto, l’asse dell’attuale coalizione Pd-Alleanza verdi sinistra, M5s è sbilanciato a sinistra. Mancano i moderati e senza di loro la sinistra non ha mai vinto. Secondo punto: Schlein non può restare in un limbo programmatico, le cui coordinate sono l’assistenzialismo, tutto fatto a debito, di Conte, l’ecologismo ammazza-imprese di Bonelli, l’abolizione del Jobs act, un pacifismo che si confonde col putinismo. Una volta giunti al governo questa è la via maestra per far affondare l’Italia nella voragine del debito pubblico.

Sapendo che la specialità di Renzi è la tattica, è meglio non dar troppo peso ai suoi vaticini, ma guardare dove lo porta, non il cuore, ma l’intuito. Il voto europeo ha seppellito il progetto del terzo polo costringendolo a schierarsi. Non aveva scelta. Passare a destra sarebbe stato per lui come andare a Canossa. Nemmeno a sinistra, bisogna riconoscere, è stato ben accolto. Si presenta poi con un magro pacchetto di voti, con ogni probabilità ulteriormente smagrito: non tutti i fautori del terzo polo presumibile lo seguiranno. Senza peso elettorale e con tanti avversari che lo aspettano per azzopparlo, Renzi ha una sola carta da giocare: intestarsi la rappresentanza del centro. Non è sui voti (pochi, pochi) che porta che può far leva, ma sulle battaglie che saprà condurre contro i temi cari alla sinistra (come patrimoniale, disallineamento dalla Nato, abolizione Jobs act). Sono battaglie sulle quali non gli sarà difficile trascinare dalla sua i cosiddetti «riformisti», ora oscurati dalla leadership di Schlein. Si capisce allora perché prefigura il voto anticipato. La lingua (Renzi) batte dove il dente (Schlein) duole. La segretaria del Pd sa che non c’è campo largo che tenga se non può contare sul centro. È proprio lì che il senatore di Rignano s’è prontamente appostato. Prima, tra l’altro, che lo occupasse il fratello/coltello Calenda. Da quando ha perso la speranza di (ri)fare il bottino di voti (come alle europee del 2014) ha fatto di necessità virtù. I voti non li fa più contare. Li fa pesare.

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