Il progetto del caccia franco-tedesco al capolinea specchio della difesa Ue

Le alterne fortune dei progetti per nuovi aerei da caccia sono la fotografia impietosa di come l’Europa rimanga lontanissima dalla concezione di entità coesa su cui si sprecano da decenni troppi auspici. Nel 2017 Emmanuel Macron e Angela Merkel avevano annunciato lo Fcas (Future combat air system): l’iniziativa doveva portare a un aeroplano da caccia di sesta generazione che consentisse ad Armee de l’air e Luftwaffe di affrontare il dominio dei cieli dagli Anni ‘30 ai ‘70 di questo secolo.
Oggi l’intesa può considerarsi di fatto al capolinea senza che siano neppure iniziate le fasi di progettazione. Sono più di una le ragioni: la prima è che tra Parigi e Berlino non c’è identità di visione. Ai francesi serve un sostituto dei Rafale, progetto interamente nazionale: ottimi velivoli, ma di generazione 4.5 che, pur aggiornati, non consentiranno una superiorità aerea negli scenari oltre i vent’anni. I tedeschi impiegano gli Eurofighter Typhoon (progetto anglo-italo-tedesco-spagnolo), equivalenti ai Rafale, ma, come l’Italia, han già adottato anche gli F35 americani, di quinta generazione, che garantiscono ampi margini di supremazia tecnologica per almeno altri trent’anni.
Il progetto del nuovo caccia militare di Germania, Francia e Spagna (FCAS) sta per fallire. Intanto l’Italia sta lavorando ad un altro progetto di jet militare con UK e Giappone. Insomma ognuno va per i fatti suoi. Questo è uno dei tanti problemi che impediscono una vera difesa… pic.twitter.com/v3lU8CXz4C
— Dario Nardella (@DarioNardella) February 10, 2026
La seconda ragione, forse la principale, è che Parigi, forte del know how Dassault (costruttore delle varie generazioni di Mirage e dei Rafale) vuole la guida del progetto, da basare sulle proprie concezioni strategiche, tradizionalmente autonome, a differenza di Berlino, ancorata al tessuto «ideologico» della Nato. La Francia ha già annunciato che, per la citata autonomia strategica, proseguirà da sola, pur affrontando costi rilevanti, confortata in parte dal successo di vendite che il Rafale, dopo un inizio un po’ stentato, sta conoscendo in tutto il mondo (è recente, ad esempio, l’annuncio dell’India dell’acquisizione di 114 Rafale oltre ai 26 in versione Marine già ordinati ad aprile, contratto da 30 miliardi di dollari).
La Germania ora guarda con interesse al Gcap, il Global combat air programme, caccia anglo-italo-giapponese, il cui contratto è stato firmato dai tre ministri della Difesa a dicembre 2023 e la cui joint venture produttiva, in quote paritarie al 33,3%, è stata siglata un anno dopo da Bae System, Leonardo e Jaiec (Japan aircraft industrial enhancement). L’entrata in servizio (sicuramente però ancora in fase sperimentale) è prevista nel 2035.
L’ingresso di Berlino nel progetto, favorito anche dalle recenti intese con Roma, pur contrattualmente complesso perché arriverebbe a fasi già alquanto avanzate, sarebbe ben visto specie economicamente: le prime due fasi del progetto Gcap (assestamento della fase progettuale, disegni preliminari e sviluppo finale) prevedono infatti per i tre partner investimenti di quasi 60 miliardi (quasi quanto è costato agli Usa sviluppare l’F35).
Inoltre la Germania potrebbe acquistare almeno 100 aerei, portando il totale con gli altri partner ben oltre quota 500: i numeri sono infatti fondamentali per ridurre i costi (lo sanno bene gli Usa che potranno contare su una flotta mondiale di F35 di circa duemila velivoli). Pare invece sfumare la prospettiva di collaborazione con l’Arabia Saudita (gradita a Londra, in cambio però dell’acquisto di altri Eurofighter), verso cui Trump sta spingendo una versione ad hoc dell’F35.
Il Gcap sarà più di un aereo. Sarà un «sistema di sistemi» per gli scenari multi dominio di cielo, terra e mare, che controllerà sistemi periferici (i cosiddetti «gregari», droni senza pilota che volano in sciame col caccia), utilizzando intelligenza artificiale, architettura combat cloud con capacità di super calcolo e datalink cyber resilienti e auto adattabili. Un enorme salto tecnologico in piena autorità e sovranità progettuale e costruttiva, senza alcuna dipendenza (come accade ad esempio per l’F35, la cui operatività è legata a filo doppio con gli Usa): una progettualità lungimirante a cui Roma si è accortamente associata. L’investimento è ingente, ma altrettanto lo saranno le ricadute sull’intera filiera nazionale, a cominciare da Avio Aero, Elt Group, Mbda Italia, decine di Pmi, start up e dal mondo universitario della ricerca.
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