Esportazione di armi, la riconversione industriale e il rebus profitti

Anche la premier Meloni sa che il settore militare vede l’Italia molto attiva in questo mercato, coprendo circa il 30% delle esportazioni globali Ue
Tank Usa a Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Tank Usa a Kiev - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Il 18 marzo del 1968 Bob Kennedy sottolineò come il Pil USA fosse positivamente influenzato da una serie di attività e situazioni difficilmente catalogabili come positive.

In questi giorni quel richiamo dovrebbe farci riflettere, ricordandoci che le guerre, con le spese militari e attraverso gli indotti da queste generate, a loro volta, incidono PIL dei paesi direttamente o indirettamente coinvolti nelle varie aree di guerra del pianeta.

Donald Trump, ad esempio, è consapevole del fatto che il suo paese ha visto, nel 2023, un supporto all’economia attraverso una spesa militare pari a circa 916 miliardi di dollari.

Il presidente americano sa, anche, che gli Usa sono il principale esportatore mondiale di armi (poco più del 40% di questo mercato). Va comunque sottolineato come le minacce di Trump rivolte alla possibilità di fermare il flusso di armi Usa verso l’Ucraina, facciano a cazzotti con il potere e l’interesse delle lobby statunitensi che continuano ad essere tra le sue principali sostenitrici. Così risulta difficile immaginare che un veto americano contro Zelensky possa essere esercitato nei confronti di quei brevetti Usa (che generano importanti entrate per le aziende americane) indispensabili anche per dotare di armamenti gli europei.

I leader dei Paesi che ora vengono definiti «volonterosi» sono a conoscenza del fatto che sette di loro figurano tra i primi dodici esportatori mondiali di armi (nel periodo 2021-’23) con esportazioni complessive e superiori ai 161 miliardi di euro. Anche la premier Meloni sa che il settore militare vede l’Italia molto attiva in questo mercato (coprendo circa il 30% delle esportazioni globali Ue). Sebbene sia difficile quantificare quanto direttamente e attraverso l’indotto il mercato delle armi influenzi i Pil è chiaro che si stia parlando di un ambito rilevante non solo in occidente.

Statistic: Countries with the highest military spending worldwide in 2023 (in billion U.S. dollars) | Statista
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La valutazione Europea che considera l’escalation delle posizioni politiche americane e russe un indebolimento del Vecchio Continente, portando Ursula von der Leyen a proporre di escludere dai parametri di controllo Ue definiti a Maastricht le spese che i singoli Paesi dell’Unione Europea dovranno indirizzare al proprio riarmamento in funzione «protettiva», va anche letta, tenendo ben presente come le armi siano facilmente traducibili in un meccanismo di moltiplicazione per le economie nazionali.

Guardando a casa nostra orientare il 2,5% del Pil che saremmo liberamente autorizzati ad indirizzare verso le spese militari significherebbe, in prima battuta, investire poco meno di 46 miliardi di euro. Nel sottolineare che, comunque, l’incremento di spesa andrà a generare ulteriore indebitamento nella già traballante situazione economica dello Stivale, possiamo cercare di evidenziare se e come questo flusso di risorse potrà avere effetti benefici del sistema economico ed industriale nazionale.

Come detto analisi di questo genere devono considerare sia quanto di militare si produce direttamente in aziende di proprietà italiana, sia quanto questa scelta potrà generare come ulteriori spinte ad agevolare gli investimenti in aziende dell’indotto o che possono riorientare i propri impianti industriali a produzione per il settore bellico. Inutile negare che molte imprese industriali stiano riflettendo su questa opportunità partendo dal mondo dell’automotive che appare quello più facilmente orientabile (anche se con qualche oggettiva difficoltà) a questo scopo. Le voci sulle riprese di azioni lobbistiche da parte di Stellantis andrebbero a confermare queste tesi sebbene, ad oggi, sia difficile immaginare quali reali riconversioni potrebbero coinvolgere in tempi rapidi, ad esempio, l’area difesa dell’Iveco.

Va però sottolineato che interventi economici a sostegno del settore di cui stiamo parlando generano, da sempre, anche effetti importanti in ambiti civilistici. Questo avviene anche se la ricerca e sviluppo sul fronte universitario oggi difficilmente riceva finanziamenti se orientata a sviluppo di tecnologie che possono avere anche una destinazione militare, finendo con rendere meno efficace questo filone di innovazione.

Esempi di brevetti nati allo scopo di generare tecnologie da utilizzare in campo militare che hanno generato effetti in altri ambiti ne abbiamo a bizzeffe fin dai secoli scorsi. Recentemente possiamo passare dal Gps ad Internet, passando per il forno a microonde, atterrando sul Velcro: tutti prodotti derivati da brevetti nati per scopi militari.

Tutti sappiamo, poi, come i droni, così importanti in campo bellico, abbiano rilevanti utilizzi in svariati altri settori. L’elenco potrebbe continuare citando il Gore-Tex piuttosto che gli occhiali da sole con lenti polarizzate. Ancora una volta di fronte ad eventi tragici, come le guerre, si apre una riflessione che, ci porta ad evidenziare il ruolo importante giocato dalle leve Economiche e di mercato, travalicando aspetti di natura prettamente etica, politica e sociale.

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