Opinioni

Ucraina, Trump tenta la via diplomatica tra dubbi e incertezze

Il processo di pace non si prospetta breve: le ragioni
Massimo Cortesi

Massimo Cortesi

Editorialista

Il presidente Usa Donald Trump - Ansa © www.giornaledibrescia.it
Il presidente Usa Donald Trump - Ansa © www.giornaledibrescia.it

Che Trump riesca a raggiungere un accordo per fermare lo stillicidio di combattimenti e morti che da quasi tre anni insanguina l’Ucraina se lo augurano tutti.  Che ci riesca in tempi brevi, non certo «in un giorno», non lo credono neppure gli americani, visto che il gen. Keith Kellog, inviato speciale per l’Ucraina, ha ammesso che serviranno mesi solo per convincere Putin a trattare.

Non potrebbe essere diversamente: Mosca dall’estate è all’offensiva e le sue truppe, pur senza dilagare e pur subendo perdite (ma assai meno rilevanti di un anno fa, anche perché ormai agiscono unità molto piccole, al massimo un centinaio di uomini), conquistano villaggi quasi ogni giorno. E l’azzardo ucraino dell’offensiva nel Kursk sta avviandosi verso la conclusione (in mano ucraina restano ormai circa 400 degli oltre mille chilometri quadrati conquistati in agosto) di fronte alla preponderanza dei russi, affiancati anche dai nordcoreani: per Putin resta una spina nel fianco (era dal 1941 che la Russia non veniva invasa) ma diventa sempre meno incisiva come contropartita da mettere sul piatto delle trattative.

Che l’Armata russa non sia riuscita in cinque mesi a sloggiare le (migliori) brigate ucraine dal Kursk è anche indicativo del fatto che le sue performance, nonostante l’impressionante superiorità sia di uomini sia di artiglierie, missili e bombe aeree guidate, non siano d’eccellenza. Del resto nel Donetsk si combatte in una fascia che in tre anni si è spostata solo di trenta km dalla linea di contatto del 2014: è che tale fascia si estende da Nord a Sud per centinaia di km e vede operare centinaia di migliaia di russi, le cui file vengono reintegrate al ritmo di circa trentamila uomini al mese.

Per contro gli ucraini (che non hanno incautamente provveduto alla mobilitazione generale all’inizio dell’invasione, quando l’afflato patriottico era forte e non avevano predisposto un «piano B» nel caso del fallimento, avvenuto, della «controffensiva» del 2023) sono in grave crisi, soprattutto nei numeri: tutte le unità sono al fronte da mesi, senza alcuna rotazione.

La strategia di Mosca è ogni giorno più evidente: punta al collasso del sistema militare ucraino per innescare anche quello della sua leadership politica, che soltanto negli ultimi mesi ha smesso di parlare di «piani per la vittoria». I soldati di Kiev combattono perché non possono smettere di farlo: l’Ucraina deve restare in piedi come stato, per evitare che anche dopo aver raggiunto gli obiettivi minimi (l’occupazione delle quattro regioni del Donbass già «annesse») Mosca non si fermi.

Al fronte in 50 km ci sono numerose situazioni di crisi: a Pishane i russi hanno costituito una testa di ponte, sono tornati oltre il fiume Oskil, hanno sfondato sul fiume Jerebez e a Makivka, preso Toretsk (snodo che, con Kostantinivka, proteggeva la via verso le grandi città di Sloviansk e Kramatorsk), tagliato fuori due delle tre arterie che consentivano agli ucraini di rifornire Pokrovsk e anche la sorte di Kurakhove è segnata. Il guaio è che alle spalle non c’è una vera linea di difesa e gli spazi che si aprono sono forieri di grossi guai: l’ostacolo successivo rimarrebbe il grande fiume Dnepr (probabilmente insormontabile), che, a prezzo però di ulteriori cessioni territoriali, diverrebbe il Piave di Kiev.

La guerra perciò continua nell’attesa di non si sa bene quale «game changer»: Trump sa che dovrà fare concessioni a Putin, probabilmente sulla pelle degli ucraini per i quali, dipendenti in toto dal sostegno occidentale, rimangono eufemisticamente «nebulosi» ruolo e peso nelle trattative. Come quantomeno velleitarie sono le ipotesi di schierare duecentomila uomini in una fascia di sicurezza a difesa del cessate il fuoco. Trump non vuole impegnare soldati Usa (anzi ne vuole già riportare a casa ventimila dal Vecchio Continente) e l’Europa, che ha smantellato in quarant’anni il suo apparato della Difesa, non può semplicemente farlo. Uno dei suoi eserciti più efficienti, il British Army, conta oggi solo su 78mila soldati, livello minimo della storia: starebbe già largo sugli spalti di San Siro.

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