Quella «duplice catastrofe» sottesa al dramma di Gaza

Ogni giorno persone muoiono sotto le bombe e per la fame. Il governo di Benjamin Netanyahu però non accenna a fermarsi: la guerra non necessita più di essere vinta, ma di essere continua
L'attesa per gli aiuti umanitari a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
L'attesa per gli aiuti umanitari a Gaza - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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A Gaza è ormai carneficina quotidiana. Si muore sotto le bombe e si muore per fame e di stenti: la guerra ai civili. Agghiacciante l’immagine diventata virale del bambino in lacrime che mangia sabbia perché non ha nulla di cui nutrirsi. Al di là di elucubrazioni teoriche se siamo in presenza di un nuovo genocidio, di pulizia etnica o di quant’altro, resta il fatto che il governo di Benjamin Netanyahu sta perpetrando una orrenda barbarie, un vero inferno, oltre ogni follia. Come ha denunciato con parole vibranti Papa Leone XIV e come prima di lui Bergoglio, ha tuonato, senza aspettare che la chiesa cattolica di padre Gabriel Romanelli venisse colpita, dunque rivendicando l’eguale diritto alla vita e alla pace per cristiani e musulmani, a prescindere quindi dalla confessione religiosa.

Prese di posizione vieppiù significative a paragone dell’inerzia, sino alla complicità della comunità internazionale, di governanti che, al di là di espressioni rituali di circostanza, non assumono decisioni conseguenti, a cominciare da Giorgia Meloni, solo a considerare il voto italiano contrario alla messa in discussione del partenariato europeo con Israele. Ma tant’è.

Il sostegno decisivo alla politica criminale di Netanyahu – anzitutto la fornitura di armi – viene da Donald Trump, sia come continuazione di una tradizionale alleanza israelo-americana, sia come una strategia geopolitica complessiva, sia come espressione di una union sacrée cementata da una più generale rimonta delle Destre reazionarie a livello mondiale, di cui è parte integrante il messianismo politico dei fondamentalisti ortodossi che garantiscono la stessa sopravvivenza e la continuità del gabinetto di governo.

Netanyahu peraltro, al di là delle questioni penali aperte a suo carico, ha visto rafforzata la propria leadership e la sua popolarità, quasi un «salvatore della patria», perché ha impedito all’Iran di acquisire armi nucleari. Il premier israeliano inoltre è abilissimo nel giocare la carta del «moral silencing», cioè nel silenziare come illegittime le critiche mosse ad Israele utilizzando le narrazioni della vittimizzazione per screditare quanti vengono imputati di non avere autorità morale per giudicare le azioni intraprese a difesa del popolo ebraico. L’esaltazione dell’orgoglio nazionale è così funzionale a far dimenticare all’opinione pubblica l’incapacità – un tragico fallimento – di prevenire il brutale attacco terroristico di Hamas.

La guerra scatenata a Gaza da un lato è accompagnata dall’espansione coloniale in Cisgiordania dove viene imponendosi una sorta di regime di apartheid, dall’altro si inserisce in un più vasto disegno di affermazione egemonica, di dominio nel quadrante regionale. Si sommano pertanto nella strategia di Netanyahu molteplici finalità: la propria personale sopravvivenza politica, il rafforzamento della pressione ideologica assicurata agli oltranzisti del suo governo, l’accrescimento del peso negoziale di Israele nelle interlocuzioni aperte in Qatar.

La guerra viene gestita non come emergenza ma come leva di potere. Essa non necessita solo di essere vinta, ma di essere continua: non solo la controffensiva nei confronti di Hamas, ma lo scontro con un intero popolo nell’intento di porre fine alla questione palestinese.

Nel complesso, osservando il panorama allucinante delle distruzioni di Gaza, come ha scritto un acuto e partecipe osservatore, Stefano Levi Della Torre, una «duplice catastrofe», quella palestinese e quella israeliana, cui andrebbe aggiunta anche quella occidentale, di un Occidente che dopo essere imploso nel Mediterraneo con migliaia di annegamenti, non sa tener fede ai suoi valori, al ripudio della guerra e alla promozione della pace.

Hamas e Netanyahu sono distruttivi per i palestinesi e per Israele. Il primo con l’aggressione del 7 ottobre 2023 non ha certamente compiuto un atto di resistenza, ma «un tentativo islamista di impadronirsi della questione palestinese, esponendo il proprio popolo al sacrificio».  

Il premier israeliano Benjamin Netanyahu - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it
Il premier israeliano Benjamin Netanyahu - Foto Epa © www.giornaledibrescia.it

Il secondo sta portando Israele al suicidio, all’inveramento di quella profezia di Yeshayahu Leibowitz, l’autorevole esponente dell’ebraismo, che in occasione dell’offensiva israeliana del 1967 ebbe modo di lanciare un monito: «estendere l’ambito del nostro dominio a questi arabi significa la liquidazione dello Stato di Israele e la degenerazione dell’uomo ebreo». Senza contare la ripresa dell’antisemitismo – un fenomeno ripugnante e odioso – che si somma alle imputazioni da addebitare a Netanyahu.

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