La guerra nel Golfo presenta subito il conto energetico

Una guerra per il petrolio? Per una volta, forse no, anche se la situazione del Medio Oriente è davvero complicata. Ciò che è certo è qualunque guerra ha conseguenze per il mondo dell’energia e dei carburanti. Qualche volta questo avviene per ragioni dirette, come in questo caso: si colpiscono le raffinerie, si colpisce la capacità di estrazione di greggio, si limita il traffico di navi cariche di gas naturale liquido... è evidente è che questo non può non avere effetti.
Lo stesso avvenne per l’invasione dell’Ucraina da parte della Russia, e ancora ne paghiamo le conseguenze, con un prezzo dell’energia che non è più al picco del 2021-2022 ma che non è comunque sceso ai livelli prebellici. Anche qui, vi erano ragioni dirette, ma soprattutto strategiche. La Russia ci avrebbe anche venduto il suo gas, ma noi comprensibilmente abbiamo detto di no. Comunque la si giri, il costo dei prodotti energetici ne risente. Per ora nella guerra in Iran sentiamo le conseguenze sul carburante, ma non dubitate che se il conflitto non termina rapidamente anche il costo del gas e dell’energia elettrica farà registrare dei picchi anche importanti.
Una buona parte del gas liquido che importiamo viene dal Qatar. Non sarà un quantitativo importantissimo in generale, ma ci costringerà a maggiori acquisti dagli USA, un paese che non credo sia pronto a fare sconti a nessuno, anzi. Inoltre, quello che conta è il prezzo «marginale», ossia quello che paghiamo per l’ultima unità acquistata. Se questo aumenta, a cascata anche gli altri tipi di gas ne risentiranno. E con il gas ne risentirà anche l’energia elettrica, la cui produzione dipende in gran parte del gas. E dubito che il recente «decreto bollette» potrà fare una grande differenza.
Tornando al carburante, le preoccupazioni sono note e comprensibili. Negli ultimi mesi erano già aumentate le accise medie, facendo aumentare il costo del diesel. Ora abbiamo almeno dieci centesimi in più al litro per effetto della guerra, e visto che l’Iva è una percentuale del prezzo, anche la fiscalità amplia ulteriormente questo aumento.

Ha senso invocare una riduzione della fiscalità per compensare questo aumento? Le imposte sono determinate in gran parte – a parte l’imbellettamento ambientale – per fare gettito a favore delle casse statali. Le accise sono fisse, e date le accise il gettito dipende quindi da quanto carburante si consuma: più si consuma, meglio è per il Tesoro. Diminuire le accise significa rinunciare a gettito, e il tema è semplicemente se le casse pubbliche se lo possono permettere.
Oggi le accise sui carburanti sono circa 70 centesimi al litro. Abbassarle di qualche centesimo per compensare l’aumento del prezzo industriale sarebbe possibile ed efficace. Ma molto, molto costoso. Se il gettito dalle accise sul carburante per autotrazione è di circa trenta miliardi, è facile capire che abbassare le accise di dieci centesimi potrebbe abbassare il gettito di oltre cinque miliardi su base annua, anche considerando che questo abbasserebbe anche il gettito Iva. Non sono importi con i quali il Ministero dell’economia può giocare a cuor leggero.
Quindi, se ci sarà un provvedimento di questo genere, mi aspetto un intervento poco più che ornamentale, e probabilmente temporaneo. Il tema è quanto questa situazione possa durare, il che però richiede capacità di vaticinio non comuni. Se fosse solo un tema di qualche settimana, tutto sarebbe possibile. Ma quella della guerra facile e rapida è una illusione sulla quale scommetterei davvero poco; e, comunque, sarebbe poco prudente che lo Stato lo facesse.
Temo siamo di fronte ad uno shock petrolifero importante. Contare su uno stato che risolve questi problemi mi pare poco accorto. Il Governo mostrerà buona volontà; reclamare molto di più credo non sia responsabile.
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