Il 9 maggio è una data riconducibile a due eventi storici, avvenuti a cinque anni di distanza. Nel 1945, nell’ultima ora del giorno 8 maggio, entrava in vigore la pace di Reims, firmata tra gli Alleati e la Germania. Ventiquattro ore dopo, a Berlino, fu la volta di quella firmata con l’Unione sovietica. A Mosca erano le prime ore del giorno successivo. Per l’Urss di Stalin, così come oggi per la Russia di Putin, fu quello il «Giorno della Vittoria», mentre negli Stati Uniti e in Europa il «Victory Day» cade il giorno prima.
Iniziò un faticoso processo di ricostruzione fisica, morale, economica e politica dell’Europa. Con l’obiettivo di: mai più una guerra fratricida, pena la sopravvivenza. Il 9 maggio di cinque anni dopo, a Parigi, il ministro degli esteri Robert Schuman, nella sede del suo ministero, lanciava, nella sorpresa generale, la famosa Dichiarazione oggi nota con il suo nome, dalla quale derivò il Trattato Ceca. Fu quello il primo passo di fondazione dell’unità europea, ricordato oggi come «Europe Day», ma poco o per nulla celebrato.
In quegli anni vi era un doppio problema di pace. Quello del suo mantenimento tra i paesi europei, al quale se ne aggiungeva altro, di carattere esterno, la difesa dalle mire imperialistiche dell’Unione sovietica. Costruire una forma di unità europea – suoi fautori come gli Einaudi, i Monnet e i Churchill la volevano nella forma di una federazione – dotata tra altre cose di un proprio esercito, era la via per la sicurezza in Europa. A tutela di una libertà appena riconquistata dopo la caduta del nazionalsocialismo in Germania e del fascismo da noi. Vi era la consapevolezza, tra quei fautori, di come solo nell’unità potesse esser assicurata la prosperità e la felicità. Scriveva Einaudi: «La pace non può essere garantita se non da una federazione con esercito proprio, superiore agli eserciti nazionali, dieci divisioni separate non sono un esercito né statale né comune». Come sappiamo non se ne fece nulla.
Due terzi di secolo sono passati, malauguratamente in tale consistente lasso di tempo poco si è fatto. In questi ultimi anni, ancorché in forme parzialmente diverse, il tema della sicurezza si è ripresentato. Se l’erede dell’Urss è sempre là, altri attori si sono presentati sulla scena. Oggi l’Europa si trova a fronteggiare un mondo di imperi e loro condottieri: Putin, Trump, Xi Jinping, senza dimenticare chi li ha tutti quanti preceduti, il Sultano Erdogan, con le sue mire neo-ottomane. Nessuno di loro ci guarda con simpatia.
A ciò si aggiunge la crescente incertezza sulla solidità della piattaforma sulla quale l’Europa ha costruito (in gran parte a spese altrui) la propria sicurezza: la Nato. Non vi sono molte alternative sul come reagire. L’Europa, più precisamente l’Unione europea, può solo far leva sui suoi punti di forza, quelli già esistenti e quelli potenziali, sui quali deve lavorare per svilupparli. La sicurezza e la pace si difendono e rafforzano con i liberi commerci. Al protezionismo di Trump abbiamo reagito, in pochi mesi con accordi con il Mercosur, l’India, l’Indonesia, e l’Australia.
L’indipendenza energetica è un altro tassello per rafforzare la nostra sicurezza. L’Europa è leader nelle tecnologie rinnovabili, così come per il nucleare civile. Questi i nostri punti di forza: commercio internazionale e energie non fossili. Il ritardo da colmare, è qui entriamo nel cuore della sicurezza, è nell’industria della difesa. A poco ci serviranno incrementi autonomi, magari di stampo sovranista, nei singoli paesi dell’Ue. L’essenziale è andare verso un riarmo coordinato.
Il 9 maggio 1950 fu l’avvio di una costruzione la cui maggior necessità, oggi, è quella di essere messa in sicurezza.




