Meloni pontiera con Trump e mediatrice nel centrodestra

L’idea di un’opera di ricucitura che il governo italiano potrebbe svolgere a livello internazionale è soltanto un wishful thinking nostrano
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
La premier Giorgia Meloni - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
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Si discute, in questi giorni nei quali la situazione internazionale si complica, del ruolo dell’Italia quale mediatrice fra l’Unione europea e Trump. L’idea di un’opera di ricucitura che il governo italiano potrebbe svolgere è, in realtà, soltanto un wishful thinking nostrano, sostenuto da una favorevole corrente di stampa.

In realtà, un ruolo di mediazione viene in genere ricoperto da Paesi che, come la Turchia, riescono per forza politica e militare e per una certa tendenza alla terzietà, a porsi come possibile punto di riferimento in questioni come quella ucraina e, in parte, in alcune crisi del Medio Oriente. Chi, in Europa, avrebbe potuto mediare (la Francia e, fuori dall’Ue, la Gran Bretagna) ha invece preso una posizione forte e coraggiosa a difesa della Groenlandia e della Danimarca, finite sotto attacco da parte di un Trump ormai irrefrenabile nella sua smania (forse molto più personale e psicologica che politica) di dominio e di sopraffazione.

La Meloni, si afferma, può esercitare una mediazione perché appartiene alla stessa «famiglia politica» di Trump e dei sovranisti internazionali (come si è visto in occasione del sostegno elettorale dato a Orbàn) e può, nel contempo, avere un ruolo in un’Europa sempre più debole e incerta (si veda la questione del Mercosur, cioè di una storia che mostra come il raccordo fra governi nazionali ed Europarlamento stiano clamorosamente venendo meno in appuntamenti politici di grande rilievo, mettendo in crisi la Commissione e in particolare la von der Leyen).

Il problema è che l’Italia non ha un ruolo determinante in Europa e che – in campo internazionale – non può tifare per Trump mentre frena la voglia di reazione dell’Ue. A Meloni non resta che prendere tempo e stare nella zona grigia scambiandola per il terreno della mediazione può funzionare di fronte all’opinione pubblica italiana, ma a livello internazionale può essere rischioso, perché può comportare una doppia emarginazione o una scelta di campo dai risvolti pesanti e pericolosi. Anche perché Meloni è già impegnata in una negoziazione e in una mediazione continua.

Sull’Ucraina, tutte le doti diplomatiche della premier sono servite a evitare che la Lega compisse uno strappo importante (e c’è qualche parlamentare di rito vannacciano che uno strappetto l’ha fatto). Il punto è che sull’Ucraina Meloni e Salvini hanno due idee completamente diverse, anche se la prima non è più quella di Trump (perché è ancora filoatlantista e di sostegno al Paese vilmente aggredito dai russi) e la seconda è una versione morbida (un po’ nicodemista) di quella di Putin.

Sull’Ue, poi, la distanza fra FdI e Lega è un po’ meno ampia, ma la Meloni aspira pur sempre a quel ruolo di centralità e di mediazione (quindi deve stare con la von der Leyen) mentre Salvini è da sempre più che euroscettico (come del resto gli altri partiti dell’estrema destra internazionale). C’è poi il problema delle ali della maggioranza: quella sinistra (Forza Italia, Noi moderati) è filoatlantica e filoeuropea senza dubbi e ambiguità, mentre quella destra (Vannacci) sta all’estremo opposto (ed è pericolosa persino per Salvini, perché potrebbe decidere di costituirsi in un partito autonomo che finirebbe per far perdere alla Lega in primis e alla coalizione, in secondo luogo, almeno l’1,5-2% dei voti, pari alle cinquecentomila preferenze prese dal generale).

Con la Lega che si sente tirare a destra da un vicesegretario (e che dovrebbe invece valutare che personalità come Zaia e i presidenti di Lombardia e Friuli hanno idee diverse e hanno più voti di Vannacci) e la Meloni che deve mediare fra un centro allineato con la tradizionale linea di politica estera dell’Italia e una destra che vorrebbe stravolgerla (ma non lo fa apertamente, perché una crisi della coalizione oggi non conviene a nessuno), il lavorio diplomatico è sempre più rivolto agli interlocutori interni che a quelli esteri (considerando anche la posizione netta del Quirinale, da non sottovalutare mai per chi occupa Palazzo Chigi).

Se quindi la premier è adatta a svolgere un ruolo di mediazione (e, per capacità personali, lo è) è all’interno della sua maggioranza che deve esercitarlo, esattamente come sta facendo. Le suggestioni di azioni in ambiti più ampi sembrano costrette ad essere riposte, almeno per un po’.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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