Opinioni

Meloni-Schlein e un duello che oscura i problemi

Entrambe le contendenti hanno compagni di strada difficili e anche tignosi e non poche contraddizioni da risolvere
Marco Frittella

Marco Frittella

Editorialista

Elly Schlein e Giorgia Meloni - © www.giornaledibrescia.it
Elly Schlein e Giorgia Meloni - © www.giornaledibrescia.it

È curioso che Giorgia Meloni ed Elly Schlein, nel confronto a distanza che hanno avuto ieri, si siano reciprocamente accusate di essere fuori dal mondo, dai problemi reali che interessano alla cittadinanza e ne angosciano una buona parte.

La maggioranza di governo e l’opposizione si scaricano addosso la stessa contumelia e non si accorgono che, così facendo, che forniscono agli Italiani una immagine mortificante dell’intera classe politica, di chi al governo e di chi fa l’opposizione entrambi con l’identica responsabilità di essere all’altezza del bene comune.

Carlo Calenda lo ha definito «un confronto imbarazzante»: di fatto è stato soprattutto un duplice discorso di battaglia, tutto centrato a demolire l’avversario. Meloni parlava alla platea osannante di Atreju – la festa arrivata quest’anno alle dimensioni di una rassegna sanremese – mentre Schlein si rivolgeva al solo stato maggiore del PD al quale ha proposto un «percorso programmatico» per discutere insieme «i problemi del Paese» a proposito – e qui la solita, ormai frusta elencazione di salari, energia, sanità scuola, Mezzogiorno, ecc. ecc.

Quanto a Meloni, conosciamo le sue arringhe e, siccome la premier è un’abile comunicatrice, ha fornito motivi per parlare all’elettorato ben più ficcanti di quell’astratto «percorso programmatico» di Schlein carico di cautele di partito («lo faremo tutti insieme», «io segretaria di tutti, basta divisioni»).

E questo mentre sotto i tendoni di Atreju Meloni infiammava la platea coi suoi classici: «Lo Stato con noi torna a fare lo Stato», «la sinistra kebabbara rosica per il successo della cucina italiana», «non rispondi all’orale di maturità? Sei bocciato!», «I figli sono dei genitori non dello Stato e delle ideologie gender», «no alle follie ambientaliste», «no al velo per le donne in Italia», «basta impunità per i maranza e i delinquenti come piace alla sinistra», «Basta con scandali alla Garlasco», ecc.) senza risparmiarsi l’ironia sulla Schlein che ha disertato l’appuntamento: «Chi fugge non ha contenuti», e via dicendo. Tutte cose graditissime all’elettorato di riferimento.

Entrambe le contendenti hanno compagni di strada difficili e anche tignosi e non poche contraddizioni da risolvere. Ma il centrodestra ha la capacità da sempre di mostrarsi unito nonostante tutto, la sinistra i suoi guai preferisce nel metterli in piazza e così si indebolisce fino a sfinirsi.

Ieri tutti i giornalisti stavano attenti a vedere come i «riformisti» del PD in tumulto avrebbero reagito alle parole della segretaria; mentre il no di Salvini alla UE a congelare i beni russi è stato accennato («Giocano col fuoco») ma non dal palco, e Tajani ha ritirato fuori addirittura il patto del 1994 di Berlusconi con la Lega e la destra.

Oggi è lunedì, la domenica dei discorsi è passata: il referendum sulla giustizia e soprattutto le elezioni del 2027 sono già nella testa degli uni e degli altri, sappiamo già che cosa ci aspetta. Ma con una differenza mica da poco: da una parte c’è una leader indiscussa, dall’altra parte no.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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