Il difficile equilibrio di Meloni tra Europa e Trump

Il 18 dicembre si riunirà il Consiglio europeo per una sessione che nulla avrà di ordinaria amministrazione: le questioni sul tappeto sono tali e tante da non consentire neanche una previsione sulla conclusione dei lavori. E ne basta uno, degli argomenti, per capirlo: la questione degli asset russi che divide i capi di governo dell’Unione europea. Non si sa se si voterà all’unanimità o a maggioranza, e quindi non si sa se una decisione verrà presa, ma è certo che in quella circostanza molte cose verranno alla luce. Compresa la linea del governo italiano che sta suscitando non poca incertezza tra gli alleati a causa delle divisioni tra i massimi esponenti dei partiti alleati.
La fotografia più nitida l’ha scattata Romano Prodi che ha detto: «A Roma la presidente del Consiglio ha scelto Trump, il vicepresidente sta con Putin e il ministro degli Esteri con l’Europa». Forse è anche per questa ragione che ieri la telefonata con Trump l’hanno fatta in tre, Macron, Merz e Starmer, senza coinvolgere Meloni. E sempre a tre - con Zelensky - si è tenuto il vertice dei «Volenterosi» a Londra con il solo siparietto di una telefonata dall’Italia come dalla Finlandia. Segnali, sensazioni, voci. È vero che Giorgia Meloni «ha scelto Trump» come dice Prodi?
È vero che le dichiarazioni della premier italiana sulla strategia di sicurezza Usa sono state singolarmente positive nonostante in quelle pagine ci fosse il più netto allontanamento americano dall’Unione europea. Ed è vero che Washington guarda in Europa ad alcuni paesi, tra cui l’Italia, come interlocutori privilegiati in un contesto di dissoluzione dell’Unione.
La sostanza di tutti questi indizi è paradossalmente semplice: se Giorgia Meloni si proponeva, alla rielezione di Trump, di costituirsi come «ponte» tra due sponde dell’Atlantico mai così lontane per potere - da una parte - consolidare la propria affinità ideologica e politica con il profeta Maga, e - dall’altra - non perdere l’aggancio strutturale con l’Europa; se insomma questo era l’equilibrismo su cui tagliare la politica estera dell’Italia, è un gioco che si fa ogni giorno più difficile, e ormai sembra vicino il momento in cui l’abilità di camminare sulla corda non basterà più.
Ho incontrato oggi a Palazzo Chigi il Presidente dell’Ucraina, @ZelenskyyUa.
— Giorgia Meloni (@GiorgiaMeloni) December 9, 2025
Nel corso dell’incontro, abbiamo analizzato lo stato di avanzamento del processo negoziale e condiviso i prossimi passi da compiere per il raggiungimento di una pace giusta e duratura per l’Ucraina.…
Sembra avvicinarsi il momento delle scelte nette, quelle in cui l’Europa dovrà prendere delle decisioni su sé stessa, e questo fatalmente coinvolgerà Giorgia Meloni.
E tuttavia c’è un’altra domanda da farsi. Questa Europa che dovrà decidere su sé stessa alla fine dello storico Patto Atlantico, è costituita da governi deboli, da presidenti semi-sfiduciati, da opinioni pubbliche più a destra dei loro governi, insomma da protagonisti che hanno davanti a loro un percorso residuo più o meno breve. La stabilità invece regna proprio a Roma dove le divisioni tra alleati non scalfiscono il patto di maggioranza che li porterà alle elezioni del 2027 in posizione di forza diversamente da tutti i leader europei oggi in campo. Conclusione provvisoria: quello che oggi appare sempre più difficile, per Giorgia Meloni, potrebbe domani riservare un ruolo ben diverso. Ma: in quale Europa ci ritroveremmo?
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