Il calcio spiega il mondo? Al massimo ne può riflettere le contraddizioni. Jurgen Klopp e Roberto Mancini guidano rispettivamente le nazionali di Germania e Italia, due paesi la cui crisi di identità si riflette da qualche anno anche nel gioco del pallone.
C’era una volta la Germania, quella che una volta fece dire all’inglese Gary Lineker che il calcio è un gioco molto semplice: «22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti, e alla fine vince sempre la Germania».
La Germania: otto primi ministri e quattro titoli mondiali tra il 1949 (Konrad Adenauer) e il 2021, ultimo governo di Angela Merkel. Nello stesso tempo l’Italia di governi ne aveva avuti una sessantina, con almeno trenta diversi primi ministri.
Irriso per la sua instabilità politica, il nostro Paese si prendeva la rivincita negli stadi: Italia-Germania 4-3 è diventato epica, leggenda, cinema, letteratura, teatro. Così come Sandro Pertini che esulta ai gol degli azzurri al Bernabeu di Madrid, 3-1 ai tedeschi e Coppa del Mondo sull’aereo che riporta i vincitori a Roma. Infine il successo del 2006 a Berlino, proprio là dove si celebrarono le Olimpiadi del 1936 e dove settant’anni prima aveva vinto la medaglia d’oro l’Italia di Frossi.

Negli ultimi cinque anni in Germania due governi assai precari (Olaf Scholz e ora Friedrich Merz), e due eliminazioni (fanno tre con quella del 2018) in Coppa del Mondo al primo turno. Questo mentre da noi Frau Meloni batteva il record di durata a Palazzo Chigi. Quanto ai Mondiali, non ci qualifichiamo da dodici anni e più.
Il legame tra Italia e Germania in ogni caso resta indissolubile, perché se l’industria tedesca non cresce, qui da noi piange la subfornitura che ha in quei mercati uno sbocco essenziale.
Ma alla fine, lì come qui, tiene banco la questione dell’immigrazione: in Germania su 85 milioni di abitanti, gli stranieri sono circa il 16%, in Italia non arrivano al 10%, ovviamente con percentuali diverse a seconda dei territori. Da qui lo slogan che rimbomba dalla Sassonia fino in Calabria di cui Futuro Nazionale sognava di fare il suo trampolino: remigrazione! Mandiamo gli stranieri a casa loro!
Ma chi sono gli stranieri?

Nella formazione schierata da Klopp l’altra sera alla WWK Arena, gli «ariani», usiamo volontariamente e provocatoriamente un termine che piacerebbe alla AFD e in Italia a molti vannacciani, erano due su undici, Kimmich e il portiere Nubel. Contro la Turchia, invece, il terzo gol degli azzurri lo ha messo a segno Michael Kayode, nato a Borgomanero da genitori nigeriani.
Se passasse l’idea della «remigrazione», promossa nei due paesi dai movimenti di cui sopra, «Die Mannschaft» la nazionale della Germania difficilmente riuscirebbe a comporre una squadra competitiva. Forse ci riuscirebbe l’Italia, uno dei cui problemi recenti è la difficoltà di trovare spazio per i giocatori di origine africana: Kayode gioca in Inghilterra, nel Brentford, Issa Doumbia nello Sporting Lisbona, Mohame Alì Zoma, nato a Merate, nel Norimberga, tutti convocati da Mancini per questo turno di partite della nazionale. Delle medaglie dell’atletica non parliamo: Battocletti, Furlani, Dosso...così come tralasciamo il volley, Egonu, Sylla…
Klopp, uno al quale piace parlare chiaro, ha detto: «non voglio lasciare l’orgoglio nazionale nelle mani delle persone sbagliate». La sconfitta con la Grecia, per il momento non lo aiuta. Roberto d’Arabia invece sta sulle sue e gira alla larga dalle questioni politiche: «Kayode? È stato molto bravo, al di là del gol». Il mio regno per una palla in rete. Del resto la Calabria non è mica la Sassonia.


