A Gaza c’è tregua, ma non ancora pace

Tutti abbiamo gioito per l’accordo raggiunto che ha posto fine ai massacri consumati a Gaza sino a configurare gli estremi del crimine dei crimini: il genocidio. Non la fine di una guerra, perché sarebbe improprio parlare di guerra in presenza di un solo esercito che non ha combattuto un altro esercito, ma si è scagliato contro la popolazione civile. Piuttosto una tregua che ci auguriamo possa essere la più duratura possibile.
Tornano alla mente le famose espressioni di Tacito nel «De Agricola»: «ubi solitudinem faciunt, pacem appellant», la denuncia dell’imperialismo fondato su di una distruzione e una violenza che producono il deserto. Non si può in effetti parlare di pace, cioè di un patto che preveda non solo la cessazione dell’intervento armato e la liberazione degli ostaggi, ma la prospettiva di una convivenza pacifica in grado di assicurare il diritto del popolo palestinese ad un proprio Stato e il diritto di Israele all’esistenza e alla propria sicurezza.
Un risultato rilevante comunque è stato raggiunto: la diplomazia negoziale ha sostituito il potere delle armi e il recupero del multilateralismo – l’Amministrazione Trump interloquisce con attori regionali quali Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati, Turchia, persino l’Iran – lascia sperare che, seppure non collocate nel quadro delle istituzioni internazionali deputate, le relazioni geopolitiche, per quanto attiene il Vicino e Medio Oriente, possano incanalarsi lungo binari promettenti.
Tutto bene dunque? Non proprio: pesanti incognite restano aperte e problemi di lunga durata permangono del tutto irrisolti. Senza contare quelli derivanti dal sanguinario attacco terroristico del 7 ottobre 2023 – non certamente un atto di resistenza ascrivibile ad una guerra di liberazione –, nonché dalla criminale reazione del governo Netanyahu. Vediamo di procedere con ordine.
La questione dei confini anzitutto, solo a considerare che, tanto da parte israeliana che da parte palestinese, sembra oggi prevalere l’idea alla luce della quale la sovranità dell’uno e dell’altro si debba estendere dal fiume al mare. E poi la questione di una colonizzazione in Cisgiordania sempre più estesa, considerata dalla stragrande maggioranza della Knesset non solo legittima sulla base di un messianismo che diventa programma politico, ma addirittura un progetto da realizzare ricorrendo alla forza.
E ancora: l’annoso problema di Gerusalemme Est con tutte le evocazioni non solo geopolitiche, ma religiose che esso evoca. Occupata da Israele durante la Guerra dei sei giorni nel 1967 e ritenuta dallo Stato ebraico unica e indivisibile capitale, la città è rivendicata dai palestinesi come parte integrante del loro futuro Stato, dunque un territorio illegalmente usurpato.
Questo quanto al deposito del passato prossimo o più lontano. E poi tutto il cumulo delle questioni attuali. Non vengono presi neppure in considerazione i temi della giustizia di transizione – le responsabilità per le atrocità e i crimini commessi –, né si profilano prospettive di una riconciliazione che possano garantire il reciproco riconoscimento di due sovranità indipendenti. Per venire alla tregua, molteplici interrogativi gravano sul futuro più immediato: nel vago restano tempi e modalità del ritiro definitivo delle truppe israeliane da Gaza e pesano le controversie sulla liberazione dei palestinesi da scarcerare, tra i quali non figura il leader più prestigioso – Marwan Barghouti –, forse l’unico in grado di promuovere una nuova stagione politica all’insegna del dialogo e della ricomposizione di un tessuto unitario del popolo palestinese. A questo si aggiungano i contrasti all’interno di Hamas tra l’ala politica e quella militare non disposta alla cessione delle armi, forse perché timorosa di ritorsioni israeliane nei confronti di singoli esponenti.
Soprattutto però a suscitare domande inquietanti sono la ricostruzione di Gaza e il suo destino: da un lato una gestione tutta straniera e non certo esente da interessi affaristici che coinvolgono pure lo sfruttamento del gas, dunque un’ipoteca a netta marca neocoloniale; dall’altro l’esclusione di forme di autogoverno palestinese che non siano stabilite dall’alto in forma eterodiretta, pure con la presenza di tecnici. In sostanza la riduzione della questione palestinese da tema a forte connotazione politica a problema prevalentemente securitario e umanitario. Quanto tutto questo impianto possa reggere costituisce certamente un interrogativo di ardua soluzione e assai poco incoraggiante.
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