Opinioni

Galileo e gli algoritmi: il metodo scientifico nell’era dell’informazione

Al tempo di big data e algoritmi, la trasposizione del metodo scientifico nella quotidianità di ciascuno e delle società complesse presuppone una costante verifica di fonti e affidabilità dei dati di base
Germano Bonomi
Un ritratto di Galileo Galilei - © www.giornaledibrescia.it
Un ritratto di Galileo Galilei - © www.giornaledibrescia.it

Che opinione avrebbe Galileo Galilei della guerra in Iran? E quali soluzioni proporrebbe Newton per evitare l’inverno demografico? Einstein e Fermi sarebbero d’accordo sui cambiamenti climatici? È verosimile che ciascuno di loro affronterebbe questi interrogativi ricorrendo al metodo scientifico, lo strumento che da secoli guida la costruzione della conoscenza.

In estrema sintesi, il metodo scientifico si fonda su quattro passaggi fondamentali: osservazione della realtà, formulazione di un’ipotesi o teoria, progettazione di un esperimento e verifica dei risultati, e infine elaborazione di una conclusione (la mia teoria è corretta?). Una verità scientifica, sostanzialmente, è tale solo finché è sostenuta dagli esperimenti ed è, o meglio deve essere, sempre aperta alla possibilità di essere smentita.

Se ci limitiamo al mondo che ci circonda, fenomeni naturali, esperienze quotidiane, perfino alcune dinamiche sociali, questa metodologia ha dimostrato di poterci guidare in modo efficace, garantendo negli ultimi secoli un progresso scientifico e tecnologico formidabile. Nella scienza, il metodo si fonda su previsioni verificabili e su confronti rigorosi, logici, fisici e, in ultima analisi, matematici. Nella vita quotidiana, questa dimensione quantitativa non è sempre applicabile, ma resta valido lo spirito del metodo: osservare, mettere alla prova le proprie intuizioni, confrontare i fatti e, attraverso questo processo, giungere a opinioni fondate su evidenze dirette o almeno verificabili.

Ma cosa accade quando l’oggetto delle nostre opinioni si allontana dall’esperienza concreta? Quando si entra nel campo dei grandi temi sociali, delle dinamiche globali o della politica internazionale, il processo cambia radicalmente. I dati grezzi, quelli su cui dovrebbe basarsi ogni ragionamento, non arrivano più direttamente a noi: sono mediati, selezionati e interpretati da un complesso sistema informativo fatto di media tradizionali, piattaforme digitali e algoritmi.

In questo contesto, il metodo scientifico rischia di incepparsi proprio nel suo primo passaggio: l’osservazione. Se ciò su cui basiamo le nostre opinioni è già filtrato, incorniciato o, in alcuni casi, distorto, le ipotesi che costruiamo poggiano su fondamenta fragili. Non si tratta necessariamente di manipolazione intenzionale, ma di una costruzione della realtà che può introdurre bias, cioè inclinazioni interpretative.

Va detto che il problema non è del tutto nuovo. Anche in passato l'informazione è stata mediata e orientata: giornali, radio e altri mezzi hanno spesso veicolato narrazioni parziali o, nei regimi, vera e propria propaganda. Costruirsi un'opinione indipendente non è mai stato semplice. Oggi, però, la velocità, la pervasività e soprattutto la personalizzazione dei flussi informativi rendono questo compito strutturalmente più difficile. Sempre più spesso è il sistema dei mezzi di comunicazione che orienta il campo delle possibilità, suggerendo, più o meno implicitamente, una direzione piuttosto che un’altra.

Questo non significa che tutti reagiamo allo stesso modo. La variabilità individuale resta un fattore chiave: esperienze personali, formazione e sensibilità influenzano profondamente l’interpretazione dei dati. Le stesse informazioni possono produrre effetti diversi su persone diverse. Tuttavia, nei sistemi complessi come le democrazie contemporanee, non è necessario convincere tutti. Per orientare l’opinione pubblica può essere sufficiente spostare una quota relativamente piccola di individui, magari indecisi o meno informati, per determinare esiti decisivi: una consultazione elettorale, il consenso su una politica pubblica, la percezione di un fenomeno sociale.

Il punto, però, non è rinunciare al metodo scientifico, ma adattarlo. In un’epoca in cui l’informazione è abbondante ma non sempre trasparente, il vero esperimento consiste nel saper lavorare sui dati moltiplicando i punti di osservazione e processando criticamente le informazioni.

Anche disponendo di molte fonti, tuttavia, il modo in cui le selezioniamo e le interpretiamo potrebbe non essere neutrale. Siamo infatti naturalmente portati a dare maggior peso alle idee che confermano ciò che già pensiamo. Questo comportamento umano, noto da tempo, è oggi amplificato dagli algoritmi delle piattaforme digitali, che tendono a proporci contenuti in linea con le nostre preferenze per massimizzare il tempo che trascorriamo online.

Risulta quindi fondamentale uno sforzo attivo: confrontarsi con punti di vista diversi, leggere anche opinioni distanti dalle nostre e, in un contesto in cui chiunque può esprimersi sui social media, verificare con particolare attenzione la credibilità delle fonti e degli interlocutori prima di attribuire valore alle loro affermazioni.

Solo così il metodo scientifico può restare, anche nel mondo dell'informazione, uno strumento di libertà e di ricerca autentica, evitando che il rumore dell’informazione prevalga sulla qualità della conoscenza. Perché il rischio più sottile è quello di credere di ragionare liberamente, mentre si sta semplicemente seguendo un percorso già tracciato.

Germano Bonomi · Ordinario di Fisica Sperimentale - Università degli Studi di Brescia

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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