Opinioni

Francesco e il «Che», amori generazionali ed eroi dei due mondi

Dettosi «non comunista» e perfino «antisovietico», Guccini ha un destino comune con uno che la bandiera rossa la sventolava eccome, Ernesto Guevara, diventato suo malgrado il rivoluzionario da salotto citato da destra e sinistra
Rosario Rampulla

Rosario Rampulla

Vicecaporedattore

Francesco Guccini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Francesco Guccini - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Francesco Guccini non abita più qui. Ed è una cosa che fa male. Quell’omone dall’incedere burbero, chiamato – con eccesso di screanzata confidenza – il Maestrone non verrà ricordato solamente come cantautore sopraffino e scrittore arguto. È stato – parola di Umberto Eco – un intellettuale vero. Di quelli che si sporcano le mani, che all’assenzio dei simbolisti francesi, gracili e libertini, ha preferito il rosso ruspante e il clima da osteria. Si fa presto a darsi arie da bon vivant della parola e dello sberleffo in musica, ma provate voi a scrivere l’addio ad una amica senza sfociare nella retorica. O a spiegare dove Dio muore e risorge.

Uno, cento, mille Francesco Guccini. Di cui tutti amano ricordare «L’avvelenata», carezza al vetriolo degna di un Cecco Angiolieri particolarmente incattivito. E, del resto, è troppo ghiotta la tentazione di fare propria la dose di veleno di chi sbertuccia «colleghi cantautori», «critici e personaggi austeri». Persino Bertoncelli, che ancora oggi deve giustificare il perché si prese un «vaffa» formato famiglia.

Forse ancor più curiosa e la politicizzazione laica del «Guccio», anarchico senza peli sulla lingua considerato de facto come militante dell’allora Partito Comunista Italiano (qui i nostalgici hanno il diritto di commuoversi, specie guardando al panorama attuale della sinistra...), venendo accusato di comporre «canzoni da compagno». «La Locomotiva», del resto, è inno da manifestazione, parente stretta (ma non strettissima) dei brani di Paolo Pietrangeli e Giovanna Marini. Ma Guccini nei Soviet non si sentiva a proprio agio, e quella «lanciata bomba contro l’ingiustizia» suona più come un grido di rivolta a chi affama e sfrutta. La disuguaglianza è il vero nemico, combattuto a fil di penna.

Francesco Guccini durante un concerto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it
Francesco Guccini durante un concerto - Foto Ansa © www.giornaledibrescia.it

Dettosi «non comunista» e perfino «antisovietico» (dichiarazione un po’ sorprendente, anche se fatta a distanza di sicurezza dai turbolenti anni ’70), Guccini ha un destino comune con uno che la bandiera rossa la sventolava eccome, Ernesto Guevara, meglio conosciuto come il «Che», il quale – suo malgrado – diventato il rivoluzionario da salotto citato da destra e sinistra. Dalle Botteghe Oscure ad Atreju. Che non è come dire tra la via Emilia e ilWest, ma poco ci manca. Ma se questo è successo, piace pensare che sia proprio per quella profondità di vedute, per quella straordinaria lucidità di scrittore-cantante che Guccini abbia saputo trascendere differenze di campo che segnano ben più della distanza tra forze politiche. Ascoltare «Cirano», «Incontro» o «Eskimo» non è una dichiarazione di voto.

Cosa rimane di Francesco che non sia stato Guccinizzato? Un’ombra sul ciglio di una strada, accanto a una casa come potrebbero essercene mille. Accogliente ma austera, senza inutili orpelli. Immaginandolo lassù, su quell’Appennino che da prigione trasformò in rifugio, è bello pensarlo fiero e battagliero. Armato di occhi, cervello e favella, voglioso di tracciare strade di ruvida poesia. Troppe canzoni, troppe frasi perfette, troppo sentimento per non cedere ad almeno una lacrima.

E ora che si è davvero alla fine della strada, non resta che tirare fuori quelle dannate stoviglie color nostalgia e brindare un’ultima volta. Con un calice di rosso. Come il cuore, come il sangue. Come la parola che non stinge. Addio Francesco.

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