Per Israele Teheran resterà ancora un nemico da attaccare e depotenziare

Nel giugno del 1981 l’allora Primo Ministro israeliano Menachem Begin decise di annientare le velleità nucleari di Saddam Hussein, le quali, anche grazie all’intensa collaborazione della Francia, stavano diventando una pericolosa realtà.
Il 7 di quel mese otto F-16 israeliani violarono lo spazio aereo giordano e saudita e distrussero in meno di due minuti il reattore nucleare iracheno di Osirak. L’operazione militare non si collocava nel contesto di una guerra dichiarata, non si appoggiava ad alcun mandato internazionale, né tantomeno fu coordinata con Washington, che anzi reagì con una dura condanna diplomatica.
Eppure, nella logica strategica di Tel Aviv, quell’azione segnò un precedente destinato a diventare paradigmatico: l’idea che Israele non avrebbe consentito a un potenziale nemico di acquisire capacità nucleari militari, anche al prezzo di agire unilateralmente e preventivamente. Da quell’episodio prese forma ciò che la letteratura definirà poi «dottrina Begin», non un corpus formalizzato, ma un principio operativo fondato sulla prevenzione attiva, sull’autonomia decisionale e sull’anticipazione d’azione rispetto a minacce percepite come irreversibili.
Questa logica, già implicitamente ancorata a una concezione esistenziale della sicurezza, riemerse in modo evidente nel 2007 con la distruzione del reattore siriano di al-Kibar e venne adattata negli anni 2000 al dossier iraniano. È proprio a partire dalla questione iraniana che si registra un’evoluzione concettuale: la minaccia non è più rappresentata da un singolo impianto individuabile e neutralizzabile, ma da un sistema più complesso e distribuito, che include il programma nucleare di Teheran, le sue capacità missilistiche e l’intera rete di alleati nella regione.
In questo contesto la nozione di minaccia esistenziale, già implicita nella logica originaria di Begin, viene esplicitata e sistematizzata nel discorso politico israeliano, fino a diventare, soprattutto con Netanyahu, una categoria centrale per interpretare e giustificare una strategia non più limitata a un’azione preventiva puntuale, ma estesa a una campagna di lungo termine, volta a impedire che un sistema ostile si consolidi in modo irreversibile. Se la minaccia è esistenziale la diplomazia è ritenuta utile solo se la blocca concretamente, non se la congela in modo ambiguo.

Alla luce di questa continuità dottrinale un’eventuale tregua tra Stati Uniti e Iran non sarebbe sufficiente a interrompere una guerra che Gerusalemme considera propria, autonoma e necessaria. Ciò perché nella lettura strategica di Netanyahu una tregua non equivale alla neutralizzazione dell’avversario, ma rappresenta al più una sospensione operativa. Finché il dispositivo strategico di Teheran non viene ridotto in modo sostanziale e verificabile, continua a essere percepito come attivo. Più realisticamente Israele trasformerebbe le operazioni militari, riducendone la visibilità e l’intensità, ma continuando in forme selettive e guidate dall’intelligence, soprattutto se persistono capacità nucleari significative, come indicano i dati della Iaea.
Lo stesso schema potrebbe essere esteso agli altri teatri in cui Israele si trova oggi coinvolto. In Libano, Hezbollah è considerato parte integrante della proiezione regionale iraniana ed è quindi oggetto di una pressione costante volta a impedirne il riarmo; a Gaza, gli obiettivi militari non dipendono dall’andamento del dossier iraniano, ma sono stati definiti in modo autonomo: distruzione o disarmo di Hamas, demilitarizzazione della Striscia e mantenimento del controllo della sicurezza sul territorio. Il vero dibattito interno non riguarda la permanenza a Gaza, ma quale assetto politico-militare possa sostituire Hamas senza provocare un vuoto di potere. Ne deriva che una tregua non chiuderebbe il conflitto, ma ne modificherebbe il ritmo e le modalità.
Stati Uniti e Israele operano con metriche diverse: per Washington, una tregua può rappresentare stabilizzazione, nonché l’uscita da un potenziale pantano militare; per Gerusalemme il successo coincide con la riduzione irreversibile della minaccia, funzionale anche al prestigio di Netanyahu in vista delle prossime elezioni legislative di ottobre. Finché questa divergenza permane una tregua Usa-Iran non sarà automaticamente anche una tregua israelo-iraniana, ma solo un nuovo contesto entro cui lo Stato ebraico continuerà a perseguire con altri mezzi lo stesso obiettivo strategico.
Se nel 1981 bastarono pochi istanti per cancellare un reattore, le parole di Trump, secondo cui la civiltà iraniana potrebbe finire «stanotte», evocano una scala ben diversa del conflitto. Proprio per questo, nella logica israeliana, la guerra non si misura nel tempo di un raid né nel perimetro di una tregua, bensì nella capacità di impedire che la minaccia sopravviva al giorno dopo.
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