Opinioni

Quei fantasmi di famiglia che ci abitano senza chiederci permesso

Siamo prede condannate dentro ad una ragnatela? Assolutamente no. Abbiamo la possibilità di risanare la nostra vita scendendo alle radici del nostro albero genealogico
Silvia Valentini

Silvia Valentini

Commentatrice

Un albero genealogico
Un albero genealogico

Nella famiglia di Marco c’è una strana maledizione: nascono solo maschi e, al compimento dei quindici anni, perdono il padre. Morti improvvise, fughe, guerre. I ragazzi si ritrovano orfani da un giorno all’altro e devono prendere il posto dell’uomo scomparso, prendendosi cura di madri che, immancabilmente, si ammalano.

Anche Marco, a suo modo, ha ripetuto il copione: quando il figlio ha compiuto quindici anni, è partito per l’Australia, lasciandolo a curare la madre, immancabilmente, ammalatasi. Di generazione in generazione, questa eredità invisibile si trasmette di padre in figlio come ci si passa il sale a tavola, peraltro non richiesto.

La psicoanalista francese Anne Ancelin Schützenberger l’ha definita: «sindrome degli anniversari». Alcune persone si ammalano, subiscono incidenti o attraversano crisi profonde in età o date che coincidono con eventi traumatici vissuti dai loro antenati. Un lutto, una guerra, una perdita, un segreto. Come se il corpo e l’inconscio ricordassero ciò che la mente ha dimenticato. Come se esistesse una fedeltà silenziosa che spinge a ripetere destini non nostri.

Siamo prede condannate dentro ad una ragnatela? Assolutamente no. Abbiamo la possibilità di risanare la nostra vita scendendo alle radici del nostro albero genealogico, sedendoci a contemplarlo con attenzione e consapevolezza nel suo insieme. Come? Con uno degli strumenti più potenti, veloci ed alla portata di tutti: il genogramma trigenerazionale, ancor più efficace nella versione semplificata del cd. «albero-minuto» di Van den Bogaert.

Si prendono: un foglio bianco (meglio formato A3), una matita, un timer da tarare sui due minuti, il tempo perfetto per disegnare, istintivamente, il nostro albero genealogico, a mano libera, andando indietro fino a tre generazioni, noi compresi. Ciò che apparirà sarà come una Tac simbolica di come il nostro cervello rappresenti inconsciamente la nostra famiglia, i legami (quelli importanti e quelli che evitiamo), i rami «dimenticati» e quelli «ingigantiti», e come ci posizioniamo dentro a quel disegno.

Dopo aver esaminato l'albero-minuto di migliaia di persone, i ricercatori in questo campo hanno scoperto che ogni anomalia grafica, rispetto a un disegno libero e fluido, ogni stortura, ogni spazio vuoto, ogni linea interrotta rivela un blocco, un conflitto psichico non risolto, una memoria transgenerazionale ancora attiva, un mandato familiare da sciogliere o un legame prezioso di cui far tesoro.

Non importa se non sappiamo quasi nulla della nostra storia familiare. L’albero-minuto è solo l’inizio. Dentro si nascondono risposte preziose. I vuoti sono informativi quanto i contenuti: raccontano ciò che è stato taciuto, dimenticato, sepolto. Con il tempo potremo arricchirlo con nomi, date, separazioni, migrazioni, fallimenti, lutti e segreti di famiglia e affiancargli quello del nostro partner.

Poco alla volta prenderà forma una mappa, capace di raccontarci non solo chi ci ha preceduto, ma anche chi siamo. Non è una condanna, anzi, un magnifico strumento di liberazione dai copioni ereditati, liberando così anche tutti i nostri discendenti. Un compito importante che libera dai fantasmi familiari aprendo uno spazio nuovo dove, finalmente, possiamo iniziare a scrivere la nostra storia, da protagonisti e non da prede.

Riproduzione riservata © Giornale di Brescia

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