Il mestiere dell’imprenditore è di sobbarcarsi dei rischi. È un rischio salvare l’ex Ilva, è un rischio diverso (ma non meno rilevante) farla saltare per sempre. La cordata di quella che è «la meglio imprenditoria» del settore garantisce sulla serietà della possibile proposta, ma le incertezze sono davvero tante. L’Ilva è oggi articolata in un impianto «a caldo» per la produzione di ghisa che veniva in seguito convertita in acciaio grezzo sotto forma di bramme, e di un laminatoio «a freddo» che prende dei semilavorati (le bramme) e li trasforma in prodotti finiti.
Si tratta di due impianti piuttosto differenti, il primo (notoriamente più problematico dal punto di vista ambientale) è piuttosto raro, mentre il secondo è un impianto simile ad altri già presenti anche in Italia. L’impianto a caldo, più grande, che genera molta più occupazione ma anche enormi problemi ambientali, è di fatto bloccato dalla magistratura proprio in ragione dell’inquinamento che ha prodotto. Sarebbe il pezzo più interessante dell’ex Ilva, ma conoscendo i processi giudiziari sembra veramente difficile trovare una via d’uscita senza una volontà politica ferrea, che potrebbe comunque non bastare.
Non a caso, l’offerta a oggi riguarderebbe solo il laminatoio a freddo, il pezzo relativamente più facile, ma che comporta comunque una serie di rischi in un mercato segnato da eccessi di offerta, un impegno finanziario rilevante e deve comunque fare i conti con il rischio che un eventuale acquirente possa essere chiamato a rispondere comunque dei costi ambientali dell’impianto. Ci sono tanti modi per entrare nella partita dell’ex Ilva, e certamente si stanno considerando tutte le opzioni legali per sostenere l’ex Ilva senza sopportarne costi eccessivi, ma questi sono dettagli che si chiariranno forse nei prossimi giorni.
Quello che non è chiaro è a cosa serva tenere in piedi la parte meno problematica di Ilva senza quella più importante. Cosa ha in mente il Governo ancora non lo sappiamo, e da molto tempo. Se però andasse avanti questo piano e si accettasse il blocco della parte «a caldo» occorrerebbe chiarire cosa succederà dei sei-settemila posti di lavoro che dipendono da essa.
Analogamente non è chiaro quale sia la contropartita che gli acciaieri potrebbero avere dal Governo. In un mercato con eccesso di offerta, salvare l’Ilva non sembra un grande affare, a meno che non ci si limiti a un accordo tecnico e commerciale sotto l’egida di uno Stato che continuasse a farsi carico delle responsabilità ambientali e magari a cercare le commesse. Ma la mancanza di chiarezza forse non è il problema peggiore. Il problema sono le alternative. Se l’impianto principale è bloccato dalla magistratura, e non sappiamo per quanti anni e se questo impianto avrà un domani, è evidente che occorre chiarire il futuro di svariate migliaia di posti di lavoro che – non mentiamo – non torneranno.
Questa cordata potrebbe o meno avere successo, quanto meno dal punto di vista commerciale per il laminatoio. Ma il salvataggio di Ilva «in toto» mi pare ormai tramontato sine die. Forse un giorno potrebbe ripartire anche l’impianto a caldo, e gli acciaieri che oggi prendono la parte a freddo sarebbero in pole position per prendere in mano anche quell’impianto. Forse. Un giorno. Ma nel frattempo occorre dare una risposta a chi resterà a casa.



